Ok della Camera al Job Act: le opposizioni lasciano l’aula

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Inutile avere qualche pensiero positivo per il futuro. Dannoso avere qualche speranza in un Governo che rimane solo in aula. Triste, infine, ricordare che gli unici governi soli al potere sono state delle dittature. L’immagine che ci riporta a questo pensiero è quello che è successo ieri 25 Novembre a Montecitorio. Il ddl delega lavoro, meglio conosciuto come Job Act, ha ottenuto il via libera con 316 sì e una spaccatura interna mai vista. Oltre all’abbandono dell’aula da parte di tutte le opposizioni (M5S, Lega, Fi), si annotano anche 40 deputati Pd che non hanno voluto saperne di mettere la propria faccia su quest’ultima rovina dell’attuale esecutivo.

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Ora il testo dovrà tornare al Senato dove tutti attendono con ansia un altro genocidio in campo di diritti. Si parla di nuove misure per gli ammortizzatori sociali, tradotto si avranno altri tagli possibilmente trasversali. C’è chi, come Stefano Fassina, lucidamente grida all’allarme sociale con relativo “non aiuto alla pace e il conseguente alimentare tensioni sovversive e corporative” per colpa del solito indecente tweet di vittoria del baldo giovane fiorentino. Insomma con questo testo il Governo è riuscito a fare scontento proprio tutti, perfino la destra che trova tutto il suo sdegno nelle parole di Daniela Santanchè. “Non c’è un imprenditore che assumerà una sola persona, con buona pace del Presidente Squinzi: Renzi ha perso una grande occasione per l’impresa e per i lavoratori”. Già i lavoratori, coloro che per primi da un governo “di sinistra” (Cit), dovrebbero essere tutelati. Invece no. Sono i primi ad essere arrabbiati e in folle ribellione da giorni: anche in aula erano presenti diverse magliette con la scritta FIOM proprio per dar voce alla loro protesta. Come al solito, poi, si è visto il passo indietro dell’esecutivo: come successe per la mirabolante norma sull’antiriciclaggio. Ai tempi si riuscì a distruggere la norma in sé, mettendo la clausola che tutelava “ il godimento personale”. Oggi si ritorna indietro sull’Art.18: reintegro obbligatorio nei casi di licenziamenti disciplinari ingiustificati (ma limitato ad alcune fattispecie) e anche nei casi di discriminazione o nulli. Nel caso economico si vedrà invece solo un risarcimento. A capo della minoranza PD Pippo Civati esprime tutto il suo disagio ma rimane sicuro che “sia uscire che votare no” sia un messaggio egualmente forte.

Con questi numeri, cioè appena sopra la soglia della maggioranza qualificata, viene davvero da porsi delle domande sostanziali. Questo era il Governo che si voleva addossare tutto il difficile compito di cambiare la Costituzione e in questi casi, come tutti ben sappiamo, ci vogliono delle fondamenta ben più solide. Ma forse la minoranza si sta illudendo e l’aiuto dello Zio B. farà portare a casa le norme che a partire dal 10 dicembre faranno ingresso nelle camere. Quello che invece rimane certo è il calo di fiducia nel Premier che ad oggi non gode più di quell’aurea da super uomo che lo caratterizzava ad inizio mandato.

 

Sergio Zuppiroli per 9ArtCorsoComo9

 

 

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