Con i diritti non si mangia ma senza non si vive

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Nell’austera quanto precaria Italia del 2014 si parla di sondaggi come fossero pane. Si intervistano, si cercano e si creano dati che poi sulla carta hanno una valenza, ma che invece, attraverso gli occhi di chi li fa, ne assumono un’altra. Una società con diverse speranze ma senza tanti orizzonti, difficile da capire. Difficile almeno quanto l’analisi di quanto il web possa incidere, o meno, sulla libertà e sull’abbattimento di quelle barriere che ci rendono tutti molto simili ma tutti profondamente diversi. Se n’è parlato tanto, di quanto la spontaneità di questa o quella rivolta, o indignazione popolare, sia davvero nata dalla pancia del popolo e non invece pilotata dalla testa di qualche altro corpo. Molto difficile dichiararsi entusiasti di quello che le rivolte, più o meno pacifiche, vedi nelle varie “primavere” arabe, hanno portato. Uno fra tutti ci prova a gran voce ed è Manuel Castells con il suo ultimo scritto: “Networks of Outrage and Hope), “Reti d’indignazione e speranza”.

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Prima di tutto però andrebbe analizzato chi il web già lo ha da tempo e chi ormai i diritti acquisiti sembra averli digeriti e a tratti dimenticati se non quando si paventa la possibilità della loro eliminazione. Ultimamente è così per l’Art.18, quel diritto sacrosanto a dover essere reintegrato qualora si verifichi un licenziamento senza giusta causa. L’ondata d’indignazione sociale è scaturita dal web alle piazze ad un unico grido. La spontaneità in questo caso non pare forzata, la disperazione invece sempre cavalcata dal Partito di turno. I sondaggi dal canto loro, secondo Istat, fanno evincere un altro dato, positivo, ma dubbioso. Si registra qualche miglioramento della soddisfazione degli italiani in ambito economico. Il voto con cui questo parere positivo è espresso sarebbe: 6,8. Una sufficienza abbondante, detto in termine scolastici, che comunque non farebbe soddisfatta nessuna mamma, se non quella di un ragazzo che a scuola ci va dormendo. Si sottolinea poi anche il solito drammatico divario tra Nord e Sud con quasi 20 punti percentuali di differenza e la media che si abbassa drasticamente. Il fattore determinante sembra appunto l’occupazione. Un lavoro in Italia è diventato sinonimo di soddisfazione. L’utilizzo di un articolo indeterminativo non è casuale perché, in questa marea di disoccupati, la risposta standard è: ”Fatemi fare qualsiasi cosa, chiedo solo UN lavoro”. Si è passati dal volere trovare il proprio lavoro, all’accontentarsi di quello che ci viene offerto, quando ci viene offerto. Meno spontaneità di così e si muore. Si muore però non solo in senso letterario ma anche reale: visti i dati sui suicidi per questioni lavorative.

Come poter soffermarsi allora sull’analisi di quanto il Web abbia aiutato le nuove generazioni con l’affermarsi di diritti e libertà, laddove chi li ha già ottenuti non ne rivendica più l’importanza di fronte ad una situazione di precarietà lavorativa? Si ritiene più importante l’avercelo un lavoro di fronte al più allarmante situazione di impoverimento di diritti individuali. Con le tutele evidentemente non si potrà mangiare, ma senza difficilmente si potrà vivere. Riusciremo a capirlo prima di dover andare in piazza mossi da un principio di primavera “occidentale”?

 

Sergio Zuppiroli per 9ArtCorsoComo9

 

 

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