La trasformazione del museo etnografico in museo del mondo

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Il diciannovesimo secolo è stato un’epoca di grandi invenzioni ed esplorazioni. Gli scienziati e gli intellettuali del tempo, guidati dagli ultimi bagliori dell’Illuminismo e dal nuovo Positivismo, analizzavano con approccio scientifico la realtà nella sua interezza. Nulla sfuggiva alle loro lenti di ingrandimento e ai loro telescopi, ogni cosa diventava oggetto di indagine: la natura, la storia, la società… l’essere umano.

Malinowski alle isole trobriandMa l’Ottocento ha anche un suo lato oscuro. Un tale splendore, un progresso così rapido non può che avere costi altissimi, e che vanno ricercati nello sfruttamento delle classi inferiori e delle regioni che oggi chiameremmo Terzo Mondo. Perché il decimonono è stato anche un secolo di colonialismo spietato.

Venire a contatto con popoli tanto diversi da quelli occidentali portò gli uomini di epoca vittoriana, gente razionale e pragmatica, a creare una nuova disciplina. Era necessario ordinare questa immensa quantità di nuove informazioni, archiviare, categorizzare, comparare. Nacque così l’antropologia.

Inviare grandi spedizioni di studiosi in luoghi remoti divenne una moda in tutti i paesi dotati di un proprio impero coloniale. Oltre alle osservazioni sul campo, questi uomini di scienza erano tenuti a inviare alla madre patria la maggior quantità di oggetti possibili: oggetti sacri, utensili dalle forme bizzarre e, se possibile, addirittura “esemplari” in carne ed ossa. Persone trasportate in massa sulle nuove navi a vapore per fare mostra di sé negli zoo più rinomati dell’Occidente (quelli più piccoli dovevano accontentarsi di manichini).

Questa ricerca ossessionata in Africa, America e Asia ha portato ad accumulare una quantità sorprendente di materiale: decine di migliaia di artefatti e centinaia di migliaia di fotografie. Ovviamente c’era bisogno di un luogo fisico dove raccogliere ed esporre al pubblico il risultato di tanto lavoro, e con questo scopo vennero fondati numerosi musei etnografici. Ma come dare un senso a una massa tanto eterogenea? La risposta apparve evidente in quelli che, del resto, sono anche gli anni della pubblicazione de L’origine delle specie di Darwin. Esposizione Universale a Londra 1851I manufatti erano disposti dai più rudimentali ai più complessi, andando così a creare una gerarchia di “razze” dalle più primitive alle più evolute con al vertice, non occorre dirlo, l’Inghilterra.

Nel corso dei decenni la disciplina è cambiata, di pari passo con il resto della società. Oggi nessun antropologo si azzarderebbe a definire una razza inferiore ad un’altra in una sua pubblicazione, anzi, il concetto stesso di razza è stato abolito tanto dal linguaggio etnografico quanto da quello biologico. Tuttavia questi musei sono sopravvissuti. E qui arriviamo, finalmente, al nocciolo della questione: cosa fare di tutto questo materiale scomodo, testimonianza di un passato che noi, emancipatissimi e liberalissimi uomini (e donne) del ventunesimo secolo, vorremmo dimenticare? Il problema è alquanto spinoso, paragonabile a quello che si trova ad affrontare la Germania nel gestire l’imbarazzante eredità nazionalsocialista, o l’Italia con quella fascista.

Si tratta di una discussione di grande attualità, tutt’altro che conclusa. Qualcosa, però, sta cominciando a muoversi e i curatori di alcuni di questi musei stanno sviluppando proposte originali e innovative. Ad esempio il Weltkulturen Museum di Francoforte o il Tropenmuseum di Amsterdam: queste due istituzioni secolari hanno deciso di mettere gli oggetti delle loro collezioni nelle mani di grandi artisti contemporanei. Il risultato sono installazioni sorprendenti, che giocano con vecchi reperti per creare nuovi significati. Lo scopo dichiarato è quello di dare un nuovo ruolo al museo in quanto luogo di esposizione: da museo etnografico a museo del Mondo.

 

Giovanni Luca Molinari per 9ArtCorsoComo9

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