Anna Maria Ortese e Alonso, il puma

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41IRV4vVnHLSe nella Trilogia della città di K. la Storia era incontro tra Necessità e Immaginazione, Anna Maria Ortese in Alonso e i visionari, Milano, Adelphi, 1996 tesse un capo, un filo, e lo intinge nella spiritualità. Quel filo è lo spirito del mondo, l’afflato della vita: disconosciuto dagli uomini, dai loro intrighi, dalle passioni, dal potere, dalle incomprensioni. E poco importa dove si trova – o forse importa tantissimo, ed è qui il gioco: se in un piccolo cucciolo di puma dell’Arizona, una specie di piccolo sacco di pietre di rara bruttezza, in balia di una vera storia italiana, fatta di sangue, di politica e crudeltà, e quindi di una famiglia dai nomi altisonanti e romani, il padre Antonio Decimo, i figli Julio e Decio, commistione di disprezzo e tenerezza, autori di uno sgarbo verso gli dei, entriamo perdutamente nella mistica.

Mistica che si risolve in preghiera, o commovente poesia:

Caro Spirito, a tua volta Cucciolo del Cielo, abbi comprensione e perdono per le nostre     rozzezze, riunisci, educa, illumina l’unicità del mondo, fa stringere tra di loro i popoli   avversi, consola i vecchi randagi, salva la gioventù debole e sola, ammonisci i forti di non voler disporre di anima alcuna, e soprattutto di dare acqua e riposo ai cuccioli disperati.

Una struggente invocazione, senza tempo. E, nel tempo, ormai più che ottantenne, Anna Maria Ortese scrive il capolavoro, il suo ultimo. E lo porta a compimento con gli strumenti dell’anima e della lingua. orteseUna lingua immaginifica, mai barocca, senza sintassi, e soprattutto mai retorica, pregna di significato in ogni sua riga. Un linguaggio vero nella sua più profonda accezione, capace di folgorazioni continue, come di un temporale inconcluso, anche nelle più semplici descrizioni dei luoghi. Dell’Arizona, mitica terra di nascita del piccolo puma:

Sembra sia stata la prima parte del mondo emersa, con tutti i suoi colori, dal Caos, quando il Caos si aperse e liberò la Terra. Rossa, deserta, con montagne di fiamma che poi si sono pietrificate. E tanto tenero verde. Sì, era vagamente spennellata di verde, l’Arizona che io conosco.

 

Di Genova, dove si concludono i passaggi ultimi del romanzo (con quel verticale di caproniana memoria).

Era Genova quell’ombra verticale, vera fiancata di nave, punteggiata di fanalini d’oro. Presto le fummo a ridosso; presto ci sommersero – me, il treno e i primi viaggiatori – il fumo e l’odore nauseabondo della città, del fumo.

 

Dello spirito del mondo:

La vita non è mai nelle nostre stanze, ma altrove. Così, chi cercasse il Cucciolo, scruti, la notte, nel silenzio del mondo; non lo chiami, se non sottovoce, ma sempre abbia cura di   rinnovare l’acqua della sua ciotola triste.

Non visto, verrà.

 

Simone Biundo per 9ArtCorsoComo9

 

 

 

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