Le ombre fuggevoli di Andy Warhol

0 1.141

Le sale del MOCA di Los Angeles, fino al 2 febbraio 2015, saranno devolute all’epifania di un macro-concetto: la ripetizione, cui Andy Warhol ha dato corpo in “Shadows”, opera monumentale – composta da sessantasei tele serigrafate – originariamente esposta presso la Heiner Friedrich Gallery di New York nel gennaio del 1979.

Andy Warhol - Shadows #3 [Autoritratto con teschio, 1977]

La ripetizione tendenzialmente toglie mistero a ciò che viene ripetuto. Tendenzialmente, ma non necessariamente: dipende dal gusto di chi “subisce” la ripetizione.

Nel 1971 Andy Warhol realizzò la serie “Electric Chair”, in cui il macchinario mortifero più caratterizzante nella storia della giustizia degli Stati Uniti viene riprodotto in tonalità che vanno dallo sgargiante al funereo. I vari esemplari della serie, osservati complessivamente, possono produrre nello spettatore un effetto diverso; egli può fare come minimo due valutazioni opposte:

  • Warhol ha annientato l’orrore legato a questo strumento di morte, rendendolo né più né meno che una star tra le tante nel firmamento della favolosa American Way Of Life, equiparandolo alla Campbell Soup, alle Marilyn e agli Elvis… oppure ai Mao (serigrafati nel ’72, poco dopo la serie “Electric Chair”), figure misteriose ma iconiche e comunque lontane, confinate sui giornali e quindi riconducibili all’ambito della pura mitologia;
  • Warhol infila la prima perla nella sua collana dedicata ai memento mori, tema – su cui sarebbe tornato ossessivamente – che gli era diventato sgradevolmente familiare fin dal notorio attentato di cui era stato vittima il 3 giugno del 1968: la stalker schizofrenica Valerie Solanas l’aveva condotto, con tre colpi di pistola, al cospetto della Signora con la Falce. Tra gli esiti più noti all’interno dell’esplorazione della tematica pre-mortuaria ci sono gli autoritratti (1977) di Warhol con un teschio dal mento prominente.

Scegliere un’interpretazione piuttosto che un’altra della serie “Electric Chair” vuol dire avere una visione diversa del ruolo della ripetizione: nel primo caso la si vede come un anestetico per qualcosa di temibile, nel secondo come la persecuzione assillante – eppure monotematicamente ricercata – dell’oggetto temuto.

Che effetto fanno le ombre proiettate sulle mura dello studio di Warhol, soggetto fisso delle sessantasei tele serigrafate che compongono “Shadows”, il cui sfondo è stato pennelleggiato personalmente dall’artista? Warhol le annienta o le potenzia tramite la ripetizione? Ne uccide la suggestione mortifera spiattellandogli sopra tinte vispe, o piuttosto esalta, con la sua gelida psichedelia, l’attrazione per la minaccia oscura che insidia la vita? Il colore squarcia il nero o il nero squarcia il colore?

Il critico Thomas McGonigle ha sostenuto che in “Shadows” si possa intravedere una “confessione autobiografica”. Andy si affidava ai suoi “emissari” per la creazione manuale delle sue opere; ripeteva di non volere avere un contatto fisico con esse: “Non mi piace toccare le cose, ecco perché il mio lavoro è così distante da me”. Questa distanza era cresciuta dopo il succitato attentato: dopo essersi rimesso, Warhol aveva dichiarato di voler abbandonare la pittura. La rinuncia era stata solo provvisoria, ma questo dato dà forza all’idea che “Shadows” sia un’opera dalla significativa componente autobiografica: Warhol era ormai l’essere oscuro e incorporeo – l’ombra, quindi – alle spalle degli individui che mettevano in pratica le sue intuizioni. Eppure gli sfondi delle tele sono stati colorati – una volta tanto – dalle sue stesse mani! Victor Stoichita sostiene che le pennellate degli sfondi siano una sorta di “autografo”, una firma della confessione.

È come se Warhol ribadisse continuamente la propria distanza, l’evanescenza della propria presenza, la continua possibilità di potersi staccare tanto dall’opera quanto dalla vita. In effetti cosa c’è di più provvisorio di un’ombra?

Andrea Meroni per 9ArtCorsoComo9

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.