“Da Tiepolo a Carrà” alle Gallerie d’Italia

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Inaugura domani, 24 ottobre, alle Gallerie d’Italia a Milano, la mostra “Da Tiepolo a Carrà: i grandi temi della vita nelle collezioni delle Fondazioni”, per iniziativa della Fondazione Cariplo. Saranno esposte per la prima volta 23 opere d’arte, normalmente non visibili al pubblico, appartenenti ad otto Fondazioni (Milano, Ferrara, Firenze, Forlì, Gorizia, Lucca , Macerata, Venezia).

Il percorso artistico è ampio. Dal Settecento al Novecento, l’arte cambia, si muta, si trasforma nella sua espressione. Il tema fondamentale dell’esposizione, la famiglia, la vita, i sentimenti, uniscono opere lontane fra loro nel tempo.

Gli occhi del Cinciarda (1945), opera di Pietro Annigoni (1910- 1988) proveniente da Firenze, sono l’espressione della follia dell’amore, del sentimento. Della vita che prende forma in una pittura romantica, realista, popolare. Un uomo da solo, in posa con il suo volto e la sua gamba da cavaliere.  Lui per primo, studia il pittore di fronte a lui. Un gioco estremo di sguardi e verità intime. Un cappello sbilenco. Il desiderio di rimanere perpetuato nello sguardo dell’artista. Cinciarda, il barbone conosciuto da Annigoni nel 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Guerra che però, lascia spazio ancora ai sentimenti. Guerra che ha portato all’esplosione dei sentimenti, del dolore. Della realtà concreta e terribile.

C. Carrà, Madre e figlio, 1934
C. Carrà, Madre e figlio, 1934

Un’altra opera, forse la più importante dell’esposizione, ci porta a ragionare sul tema della famiglia. Gli anni sono diversi e anche l’approccio artistico è profondamente differente.

Siamo nel 1934, prima della Seconda Guerra Mondiale, e Carlo Carrà (1881 – 1966), nel periodo della Metafisica e del Ritorno all’Ordine, realizza il dipinto Madre con Bambino. Si legge che Carlo Carrà descriva un momento di gioco tra madre e figlio. Anni in cui si pensava che con il razionalismo, l’autentica classicità, si potesse sistemare il mondo. Il Ritorno all’Ordine, movimento artistico con a capo Giorgio de Chirico, richiedeva il ritorno della figurazione antica, classica, della geometria delle forme, dell’uso del disegno sopra tutto.

Qui, le emozioni, sembrano sparite. Madre e figlio non si guardano. Entrambi attenti ad altro. Gli sguardi non si incontrano. Il padre è presente, secondo me, negli occhi pensierosi della madre.

Una città metafisica e irreale. Oggetti isolati e geometrici, senza apparente connessione che li leghi tra loro. Un’attesa, una lontananza che porta la distanza dello spettatore. Corpo antico, quello della madre, che non è più ventre e amore, ma freddezza e termine. Una prospettiva sconnessa, incrociata e derivata direttamente dalle sperimentazioni quattrocentesche di Paolo Uccello.

Il disegno c’è.

Il sentimento non più.

È perso negli occhi della madre, tra le pieghe di una città asettica e nebbiosa. Tra i giochi sconnessi e gli elementi metafisici.

Avviene qui, però, che l’ordine ci fa dimenticare l’estrema importanza della passione.

Elementi metafisici, in questo istante, dimentichi della fisica dei sentimenti.

Federica Maria Marrella per 9ArtCorsoComo9

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