Addio a Renè Burri. Il fascino delle foto mai scattate

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È partito per il suo ultimo viaggio Renè Burri (Zurigo 1933 – Zurigo 2014). All’età di 81 anni, uno dei maestri della fotografia contemporanea, ci lascia in silenzio e con discrezione, come del resto in silenzio e discrezione ha lavorato per tutta la vita. Chissà se con sé porterà la sua Leica, vuota, senza rullino. Che serve un rullino nell’aldilà? L’empireo non ha certo bisogno di immagini di carta. Le immagini sono nella testa prima che negli occhi. Eppure, lui amava raccontare con passione di quelle immagini che mai aveva volutamente fatto, foto rimaste latenti nella sua mente, frutto di un ricordo di un attimo, protetto, venerato e soprattutto rispettato. Troppo ovvio ritrarre Greta Garbo ferma ad un semaforo per le strade di New York, disse. Eppure, sarebbe stato un bel colpo, un delizioso bocconcino da vendere alle riviste, l’esclusiva immagine della divina senza i suoi inseparabili occhiali da sole, irrintracciabile e sfuggente dopo l’addio alle scene ad un passo da tutti (si fa per dire) e “indifesa”. Non fotografò nemmeno un anziano Fidel Castro all’uscita da un albergo, né mai un cadavere. Il vero fotografo si riconosce anche da questo, penso. Nell’umiltà, nel rispetto e nella scelta di immagini che debbano o meno essere condivise, che valgano la pena essere rese immortali o invece taciute. Non tutto è necessariamente esponibile e Burri lo sapeva perfettamente. Come sapeva perfettamente che rasentare la blasfemia era un rischio latente, che lui evitò sempre con grande classe. Un maestro, anche in questo.

Rene-Burri-LeicaTalento precocissimo, a tredici anni fotografò Winston Churchill al finestrino di un’auto diplomatica mentre, in visita in Svizzera, attraversava le vie di Zurigo. A diciassette anni inizia a studiare anche fotografia. Il suo primo reportage fotografico dedicato ad una scuola di bambini sordomuti piace a Capa e Bresson (era stato l’amico Bischof nel 1959 a presentare questo ragazzo timido ai mostri sacri della Magnum Photos). Parte così in giro per conto della Magnum alla volta del Brasile, Medio Oriente, Turchia, Egitto, Italia, Cecoslovacchia, Indocina. A caccia di immagini da vendere alle prestigiose riviste che la famosa agenzia di fotogiornalismo riforniva, nomi come Life o Du). Eppure, la sua foto più famosa è una che tutti abbiamo visto e conosciamo: quella di un meraviglioso Che Guevara col sigaro in bocca. In realtà esistono ben otto rullini di quell’incontro durato ben 2 ore di una mattina di gennaio del ’63: era l’intervista che la giornalista Laura Bergquist di Look aveva ottenuto in esclusiva dal ministro con gli anfibi e tuta militare. Anche in quella situazione, descritta dal fotografo svizzero come di grande tensione, Burri riuscì a muoversi senza disturbare, diventando quasi invisibile.Una delle sue opere

Dicevano che sorridesse quando gli parlavano di questa sua foto, diventata l’antitesi perfetta di quella altrettanto famosa del fotografo boliviano Korda, dove ad un Che diventato quasi un Cristo, bandiera generazionale di sempre, lontano e irraggiungibile, si contrappone l’uomo all’icona.

Poliedrico e curioso non si scompose davanti alla pericolosità che quello scatto avrebbe potuto riversare sulla figura di lui come fotografo, irrimediabilmente, incatenandolo a quella immagine soltanto. Burri guarda oltre. si dedicherà anche ad altri progetti diversi tra di loro. Appassionato di architettura, documenta un lavoro sulla Germania cura di Robert Delpire e con prefazione di Jean Boudrillard. È il suo primo libro. Il reportage su Picasso nel ’57, su Giacometti e Le Corbusier. Nel 1982 era diventato il presidente della Magnum. Nel 2013 centro Internazionale di Fotografia “Scavi Scaligeri” di Verona gli ha dedicato una grande retrospettiva.

Di lui ci restano più di 30.000 foto, donate personalmente al museo dell’Eliseo di Losanna.

Laura Loi per 9artcorsocomo9

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