Le vedute soffocanti di Mario Sironi

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Negli asfittici e monumentali scorci dipinti da Mario Sironi non si intravedono buchi, svicoli e tombini da cui sgattaiolar via: lo spettatore si sente incatenato alle distese di cemento, sotto un cielo impietoso, oscuro ma più stordente che in una giornata pesantemente soleggiata.

Mario Sironi #3 [Periferia, 1922]

La mostra organizzata presso il Complesso del Vittoriano, a Roma, cerca delle vie di fuga rispetto a una visione monolitica di Sironi come pittore di paesaggi urbani altrettanto monolitici, nonché di corpi grevi e immobili, come voleva l’estetica del Novecento Italiano, di cui Sironi fu uno degli inauguratori nel 1922, assieme ad artisti come Piero Marussig e Achille Funi.

La mostra del Vittoriano durerà fino all’8 febbraio, mancando di qualche mese il 130° anniversario della nascita del pittore sassarese (nato il 12 maggio 1885), e si propone appunto di rintracciare dei “Sironi inaspettati”.

Il passaggio da un’adesione alle istanze del futurismo all’estetica della “moderna classicità”, propria del Novecento Italiano, è abbastanza lineare, se si considera la storia del periodo in cui questo passaggio avviene: anche il fascismo aspirava a essere l’equivalente del futurismo agli inizi, e dopo essere stato “dirompente” aveva cominciato a pretendere di essere “monumentale” e “classicheggiante”, benché “attualissimo”. Ma al Vittoriano ci sarà la possibilità di ritrovare alcune escursioni di Sironi in territori che generalmente non vengono reputati come di sua pertinenza, come il divisionismo o il simbolismo (di matrice italiana e inglese) in alcune opere – viste finora da pochissimi occhi – reperite nella collezione di Cristina Sironi, sorella maggiore del Nostro.

Di decennio in decennio, vedremo il pittore indurirsi nelle tele novecentiste, rassodarsi nelle imponenti figure dai piedi colossali delle sue pitture murali degli anni Trenta, incrinarsi e frammentarsi nelle opere più tarde, successive al crollo della Repubblica di Salò, a cui il pittore aveva tormentosamente aderito. E infine squarciarsi, in corrispondenza con la traumatica “Apocalisse” (1952-55), caratterizzata da un grosso varco aperto su uno sfondo color mattone.

Ma prima di questo finale virtuale della vita e della carriera di Sironi, lasciatemi pennelleggiare, coi miei settenari, le immagini più tipiche della sua produzione, quando neanche un alito di vita poteva penetrare nelle sue turgide composizioni.

 

Gagliardo ed avvilente, / robusto eppure oppresso

spazioso e costringente, / possente ma depresso;

al pari di Maciste / si erge contro il cielo,

ma senza idee machiste: / ha in volto lo sfacelo,

ha un far pericolante / benché sia ben piantato;

di un grigio desolante / ha il corpo intonacato.

Così è il profilo clinico / del quadro sironiano,

del suo paesaggio tipico / urbano e disumano.

Nell’aria catramosa / pazienta il monumento:

la vita è faticosa / e abbruna il suo pigmento.

Col muso volto in giù, / si staglian disilluse

le velleitarie gru / di nubi circonfuse.

Lo stesso trattamento / Sironi fa agli umani:

il corpo assai opulento / le membra fiacche e inani,

lo sguardo che sbiadisce; / affonda la pupilla

e il buio la lambisce, / tarpando la scintilla.

Volume grande, immane, / Sironi conferisce

a frutte cézanniane / ma il nero le appiattisce

e strangola spietato / valor nutrizionale,

e l’uomo sconsolato / nel grigio dozzinale

rimane a interrogarsi: / sei forte e corazzato,

ma dove puoi voltarti / sentendoti svuotato?

 

Andrea Meroni per 9ArtCorsoComo9

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