Foto orribili e inganno. De che?

0 930

La questione è semplice: siamo sommersi d’immagini oltremisura. Se già le cose iniziavano ad essere confuse prima, con l’avvento del digitale e la sua immediatezza si sono complicate proprio. Il panorama è variegato. Per certi versi divertente, per altri desolante, fino a sfiorare l’allarmismo (ma anche no). È il risultato di quando si corre troppo veloce, sembra poi che il tempo si perda o non esista proprio, sembra che l’assenza di tempo quasi rivendichi e richiami quello passato e mentre si continua a correre senza riuscire a fermarsi, inevitabilmente si torna indietro. Affascinante, a tratti. Progressivamente estenuante. Qualcuno inizia a porsi delle domande, che condivide generosamente con tutti, a suo rischio e pericolo. Del tipo perché si corre e perché si corre in un certo modo. E giù valanghe di risposte, di tutti i tipi. Qualche giorno fa ha suscitato non poche polemiche l’articolo scritto da Roberto Cotroneo “Scattate fotografie orribili senza saperlo. Vi stanno ingannando…” al punto tale che il giornalista ha dovuto scriverne un secondo di spiegazione al primo, mantenendo comunque le sue posizioni. Il dilemma è sempre e solo quello (si riparte insomma dalla A di Automatismi, per intenderci): la scarsa qualità di un’immagine ottenuta da supporti minori come smartphone e cellullari, l’ingannevole “perfezione” ottenuta dagli innumerevoli filtri di post-produzione incorporati nelle applicazioni, l’illusione di chi scatta di essere un fotografo e poter fare con poco delle belle fotografie (che io manco chiamerei più così). 141535821-6cfd7a6d-b2d5-4185-bf47-514b9e51ce7eCotroneo lancia l’allarme e invita a rivalutare la bella foto fatta con la bella macchina (fa capolino nuovamente il nostro amico Cartier-Bresson di cui Cotroneo elogia la perfezione imperfetta naturale – peccato che Bresson fosse maniacale nei suoi attimi decisivi che di decisivo hanno solo il nome). Mi piacerebbe tranquillizzare il signor Cotroneo sul disastro culturale che annuncia piuttosto concitato; il disastro culturale lo stiamo vivendo non certo per le immagini dei cellullari – che a confronto è ben poca cosa se non una conseguenza – ma credo più per una mancata consapevolezza generale, per non riuscire o non volere trasmettere le basi di quel sapere tanto semplice quanto fondamentale che fa capo ad ogni cosa. L’ABC insomma, di ogni disciplina (nel nostro caso la fotografia), lo strumento che permette, in seguito, l’autonomia a ciascuno di andare avanti con le proprie gambe. Come si può leggere e scrivere se non si conosce l’alfabeto? Credo che il punto sia solo la confusione estrema generata dalla sovrabbondanza di informazioni buttate lì a caso, fruibili meccanicamente da chiunque senza necessitare della minima conoscenza di una storia pregressa, che le identifichi per quel che servono e valgono. Insomma, tutti sanno usare lo smartphone ma pochi sanno cosa sia il foro stenopeico, tra l’altro imperfettissimo, ma non per questo incompleto (il foro stenopeico è la fotografia). Eppure io la mano sul fuoco su tutta questa ignoranza (nel senso di chi ignora) non la metterei. Davvero no. Quanti di quelli che usano i cellullari e simili (e lo facciamo anche noi) sono davvero convinti di essere fotografi? Io credo che i limiti esistano sempre e siano palesi, anche per il neofita (altrimenti le foto del suo matrimonio le farebbe di certo fare all’amico con l’i-phone anziché allo studio fotografico prestigioso, un risparmio non da poco). Non vedo differenza tra questo fenomeno e quello di 30 anni fa, non sono poi così dissimili gli album di facebook dagli album di famiglia. Uno destinato alla mercè pubblica, l’altro custodito nell’intimità della casa. D’altronde la convinzione che tutti potessero fare fotografie è proprio vecchia, dagli albori della fotografia stessa, lo diceva Nadar per primo e il signor Eastman poi (You press the botton, we do the rest recitava lo slogan della prima macchina a pellicola della Kodak), chiaro, no? È solo tutto molto accelerato. La corsa appunto. Certi passaggi (sviluppo e stampa) sono rimasti legati all’analogico, ed è giusto che sia così. Alla fine la foto è sempre legata al momento, a “è stato” come dice Barthes. Questa è la sua forza, analogica o digitale, il senso non cambia. Congelare il momento, per salvaguardare il ricordo e renderlo bello. Fotografia è, per la maggior parte di noi, memoria.

ERE1989029W00002/05Di contro, non basta una bella macchina fotografica per fare belle fotografie, non basta la qualità della fotocamera a garantire risultati qualitativamente apprezzabili. Esistono in giro lavori orribili e senza senso, tecnicamente perfetti. Ma scattare in questa maniera lo considero un puro esercizio di stile. Come fare sesso senza amore, ginnastica senza sentimento, a lungo andare diventa sterile. E benché il fotografo sia “passione, istinto e talento puro”, mi piace vederlo anche come intellettuale, soprattutto come intellettuale, dove dietro ogni scatto vi è una domanda, delle pause di riflessione, dove c’è un pensiero e un ragionamento. Ecco, forse è questo che manca: il ragionamento, il pensiero filosofico. Il lavoro di testa che rende valido qualsiasi progetto. Poco importa, allora, se realizzato con una scatola di scarpe, con una reflex dell’ultimo grido, o un cellulare dalle mille “app”. Alle volte certe scelte possono celare un linguaggio voluto e uno stile personale. In barba a tutto il resto. Regole e tecnicismi compresi.

 

 

Laura Loi per 9ArtCorsoComo9

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.