De Sade a Parigi: una provocazione lunga due secoli

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Io, al Museo d’Orsay, ci sono stato. Pur essendo un profano dell’arte, ho apprezzato le esposizioni di quadri e statue, riconoscendo alla collezione parigina un fascino e un valore inestimabili. Ma del Museo d’Orsay ho apprezzato, soprattutto, il lavoro di ristrutturazione e di riadattamento di quella che una volta era una stazione ferroviaria e che, dopo sforzi e lotte non indifferenti, è diventata uno dei musei di riferimento per gli amanti dell’arte e per gli addetti ai lavori. La genialità degli architetti, che hanno saputo mantenere inalterato il fascino metallico e barocco della stazione ottocentesca, con luce, spazi aperti e bellissimi orologi di cui ancora ricordo l’imponenza, si sposa perfettamente con l’audacia delle esposizioni interne. Ci sono i grandi maestri, quelli intoccabili e sempre attuali, e ci sono gli artisti meno conosciuti: maestri della fotografia, illustratori, scrittori. L’ultimo che il Museo ha preso sotto la propria ala avanguardistica è il Marchese de Sade.

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Donatien-Alphonse-François de Sade

Figura controversa, condannato per il tipo di racconti e di opere prodotte, per i temi affrontati e per uno stile di vita tutt’altro che irreprensibile, e forse proprio per questo meritevole di un approfondimento che vada al di là dei preconcetti moralistici tanto cari a una certa intellettualità bigotta, de Sade è molto più di uno scrittore di erotismo spiccio. Senza nascondere il ruolo fondamentale che il sesso ha giocato nell’esperienza di vita e artistica del marchese, nelle sue accezioni e declinazioni più varie – è a lui, e alle pratiche erotiche estreme di cui la sua biografia è piena, che si deve il conio della parola sadismo – il Museo d’Orsay ha inaugurato la mostra Sade, attaccare il sole, proponendo al pubblico un video promozionale che ha fatto scandalo.

Il Marchese ne sarebbe fiero: nel video, che ha fatto finire il museo al centro di contestazioni accese, si possono ammirare dei corpi nudi, avvinghiati gli uni agli altri, che formano la parola Sade. Il video, firmato da David Freymond  e Florent Michel, è stato contestato ma ha anche portato alla mostra un enorme battage pubblicitario: dal 14 ottobre al 25 gennaio il d’Orsay proporrà ai suoi visitatori, attraverso la selezione di opere di Goya, Ingres, Géricault, Rops, Rodin e Picasso, un tour nel mostruoso, nel bizzarro, negli eccessi del desiderio e del dolore, un tour nella mente tutt’altro che semplice e banale di un artista – de Sade era scrittore, filosofo, poeta, politico – che se può essere biasimato per alcune scelte di vita – come l’imprigionamento e la successiva fustigazione della mendicante Rose Keller – ha comunque consegnato al mondo uno spettro di produzioni artistiche che hanno contribuito alla storia della letteratura e della filosofia engagé. De Sade era un rappresentante illustre del nichilismo e dell’Illuminismo più radicale: con la sua filosofia del boudoir, de Sade si è scagliato a più riprese contro il perbenismo di chi vuole ridurre l’uomo a un sacco di carne capace solo di pregare, negando gli istinti carnali e animali che ci accomunano e ci restituiscono a quella Natura che ci ha originati. Non a caso è stato Pasolini a portare sullo schermo, pur con debiti adattamenti, Le 120 giornate di Sodoma.

L’arte non è soltanto pelle levigata e pose composte: l’arte ha saputo ritrarre anche gli istinti dell’uomo e de Sade, nello specifico, è stato maestro e filosofo della perversione, nella sua accezione meno pruriginosa. Sicuramente non era un uomo da ammirare ma se la storia ci ha insegnato qualcosa è che scindere artista e produzione artistica è indispensabile per un giudizio critico. Nessuno, dopotutto, si sognerebbe di vietare lo studio di D’Annunzio nelle scuole per via delle sue simpatie fasciste.

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

per info:
www.musee-orsay.fr

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