Zavattini, c’era bisogno di raccontare

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Moriva oggi, il 13 ottobre del 1989, a Roma, Cesare Zavattini. In vita è stato tantissime cose: scrittore, poeta, pittore, giornalista, sceneggiatore, commediografo.

Quando penso a Zavattini, però, penso soprattutto al mio corso di storia e critica del cinema frequentato all’università. Ricordo il mio professore, dalla cui luce traspariva un amore infinito per il cinema, parlare di Zavattini in termini entusiastici. Nel 1939 Zavattini conosce De Sica: ha inizio una delle amicizie più proficue del Novecento. Come soggettista e sceneggiatore prende parte a capolavori come “Sciuscià”, “Ladri di biciclette” e “Miracolo a Milano”.

zavattini con de sica
Cesare Zavattini insieme Vittorio De Sica

Sul neorealismo si è detto e scritto di tutto. Il realismo di Zavattini è particolare. “Il mondo è piccolo se noi vediamo piccolo”.

A Zavattini piaceva molto raccontare l’Uomo, amato in ogni dettaglio, e la pietà per la sua fragilità e per i suoi errori. Come dimenticare il personaggio della Magnani in “Bellissima” di Visconti, scritto da Zavattini. Io non ci sono riuscito e non ci riuscirò mai. Realismo e comico si fondono straordinariamente, per creare un connubio pesantemente critico nei confronti della società. Per costruire qualcosa.
Zavattini è stato un costruttore e ricostruttore. È stato invocato da Cuba per collaborare alla nascita del nuovo cinema dopo la rivoluzione. C’era bisogno di raccontare.

Ho scovato un video-cimelio sul sito della Rai. L’intervista risale al 1970, e Paolo Poli (sì, il grande Paolo Poli) chiede a Zavattini del ruolo della mamma nella società. Zavattini, con braccia conserte, grandi occhiali e quel bianco e nero sfocato e leggendario, ricorda che anche grazie a lui è stata istituita la ‘giornata della mamma’. Disilluso, disincantato, gli tocca però constatare che la situazione non è migliorata e che a beneficiarne è stata solo l’industria dolciaria. Racconta il ruolo della donna, della madre, tra affetto sconsiderato e ossessioni. Come la Magnani di “Bellissima”.

Dopo un esaurimento nervoso, Zavattini rilassa i sensi nel magico mondo della pittura. Chiede a tantissimi artisti del Novecento di auto-ritrarsi in formato minimo. Di raccontarsi, con aderenza alla realtà, sì. Ma a modo loro. Chissà cosa aveva da guardare in quelle miniature. Chissà cosa provava ad avere oltre cento autoritratti di volti. Forse voleva che l’artista fosse costretto a concentrare il meglio della sua cifra stilistica in un piccolo spazio. Divagazioni concesse a patto di uno spazio limitato. La realtà, da cui si può sforare. Ma sempre realtà è. E va raccontata.

Yuri Benaglio per 9ArtCorsoComo9

 

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