Facebook è retrò?

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Quando nel lontano 2005 facebook cominciò a lavorare a pieno regime, collezionando record dopo record, facendo impennare il valore delle proprie azioni, accogliendo un’utenza media strabiliante, molti prevedevano un futuro roseo per il colosso di Palo Alto.

A questo futuro, Mark Zuckerberg ci ha lavorato allo sfinimento: implementando funzioni anno dopo anno, aggiungendo banner pubblicitari, promuovendo il brand, creando tool per la sicurezza, arrivando addirittura a permettere l’utilizzo della propria creatura per studi non autorizzati: a giugno è stata pubblicata una ricerca sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences secondo cui i ricercatori avrebbero manipolato l’algoritmo che regola il news feed, cioè la pagina principale di Facebook dove appaiono le notizie postate dai propri amici. Questo ha permesso agli scienziati di notare come, alla visione di stati che contengono parole più negative che positive, gli utenti sottoposti all’esperimento – circa 700000 – reagivano esprimendo a loro volta stati d’animo negativi.

Implicazioni etiche a parte, che ci sono, sono terrificanti e meriterebbero un articolo a loro completamente dedicato, tutta la storia di Facebook è una storia di successi, a volte non sempre limpidi, che hanno trasformato il popolare social network in uno strumento sempre più importante e di cui oggi molti non riuscirebbero a fare a meno. Inizialmente riservato ai soli studenti dei college americani, Facebook si è espanso sempre di più, allargandosi  prima gli studenti liceali e poi anche quelli di età inferiori. Giovane, giovanissimo, dinamico, il social network per eccellenza ha cominciato a sfondare anche la soglia d’età dei 40: l’incubo ricorrente di molti adolescenti – ma anche di più attempati ventiseienni come il sottoscritto – è quello di ricevere la richiesta d’amicizia dei propri genitori, oltre che di zii o addirittura nonni particolarmente arzilli.

Secret-app

Facili ironie a parte, questo potrebbe essere la causa di uno dei più grossi problemi che Mark Zuckerberg potrebbe doversi trovare ad affrontare da molto tempo a questa parte, ben più della battaglia legale così abilmente ritratta da David Fincher ne Il social network (2010). Un recente studio condotto dall’istituto Piper Jaffray, infatti, ha mostrato come Facebook stia perdendo la sua utenza di riferimento: quella compresa fra i 13 e i 19 anni. Nel giro di pochi mesi, dalla primavera all’autunno 2014, sembra che l’utilizzo di Facebook sia crollato dal 72 al 45 per cento ovvero, meno della metà dei 7200 studenti americani intervistati. La ricerca, che naturalmente non può essere considerata definitiva né abbastanza da allarmare l’azienda californiana, sembra legare questo cambiamento ad un desiderio di non essere identificati: la migrazione degli utenti verso piattaforme che basano il loro funzionamento sull’anonimato (ask.fm, Whisper) è sempre più massiccia. Questi dati dovrebbero far suonare qualche campanello d’allarme: dietro l’anonimato si nascondono pericoli che non hanno niente a che fare con allarmismo gratuito o pruriginosi metodi educativi di vecchio stampo. I rischi sono tangibili, e riecheggiano i numerosi episodi drammatici che la cronaca ci ha raccontato in questo ultimo periodo: adescamenti, catfishing (cioè il fornire false informazioni allo scopo di ingannare gli altri) con risultati spesso tragici dovrebbero spingere verso una regolamentazione più chiara e approfondita di determinate pratiche, senza però invadere il giusto diritto alla privacy che ognuno di noi possiede e che, nell’età della crescita, è importantissimo e di vitale importanza.

Facebook, comunque, non rischia la chiusura: i suoi tentacoli sono arrivati a Instagram e a Whatsapp, cioè due delle applicazioni più utilizzate dall’adolescente medio, e si vocifera che Tumblr – piattaforma di microblogging – sia nelle sue mire, sebbene ad esso ci sia arrivato prima Yahoo. E in ogni caso, è opinabile credere che a breve dovremo rinunciare a FB: io per primo non ne ho nessuna intenzione e sospetto che metà della popolazione mondiale la pensi come me.

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

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