Orson Welles e il suo contributo all’umanità: Quarto Potere

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Facciamo un gioco, di quelli che nei film gli psicologi spesso impongono ai propri pazienti: io dico una parola, voi mi dite la prima cosa che vi viene in mente. Pronti? Via.

Letteratura. Pittura. Filosofia. Cinema.

A me, in ordine, viene da pensare a chi riuscì ad essere il più rappresentativo nel proprio campo. Mi vengono in mente, quindi, Dante, Monet, Platone, Orson Welles. Diventare un simbolo di una qualunque disciplina è un’impresa molto ardua, riuscire a diventarlo nel modo e nell’intensità assoluta con cui lo divenne Orson Welles è praticamente impossibile. Certo, ci sono tanti altri maestri della Settima Arte che potrebbe rivaleggiare con lui: penso a Truffaut, che fa discendere la sua passione per la macchina da presa da Quarto Potere, penso a Marlene Dietrich che affermò di sentirsi come una pianta dopo che l’hanno annaffiata, quando lo vedeva e gli parlava. Si potrebbero citare i fratelli Lumière, le dive degli anni Cinquanta, gli Oscar, i nostri Neorealisti, Hollywood, Los Angeles, Cinecittà. Ognuno, partendo dalla propria esperienza, fa le proprie connessioni mentali, e io, che anni fa, per preparare l’esame di Storia e critica del cinema, rimasi a bocca aperta di fronte alla visione di Quarto Potere (1941), non posso che santificare il nome di Orson Welles come il nume tutelare del cinema.

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Rosebud

Perché è stato quello, il momento esatto, in cui il cinema si è trasformato in qualcosa di più di un semplice svago rilegato al weekend. Quarto Potere è stata la miccia, la molla, la spinta che mi ha fatto abbracciare completamente il cinema, in tutte le sue sfaccettature. Fagocitare i suoi capolavori, e poi passare ad altri registi che hanno fatto la storia, è stato un passo dovuto e automatico.

C’è chi dice che il destino non esiste, e che una persona si costruisce da sola il proprio futuro. È probabilmente vero ma a leggere la biografia di Orson Welles qualche dubbio viene: nato in una famiglia benestante ma poco convenzionale, a tre anni si diletta già con il teatro, e poi con la pittura, la musica, i giochi di prestigio, ma anche luci, voci, effetti visivi e, infine, recitazione. A 23 anni, dopo mesi trascorsi sui palchi irlandesi, inglesi e newyorchesi, Welles approda alla radio: il 1938 è l’anno de La guerra dei mondi e il 30 ottobre è il giorno in cui buona parte dell’America credette di essere minacciata da un’invasione aliena. Forse solo allora Welles realizzò l’enorme potere dei mass media – gli stessi che giocheranno un così grande ruolo in Quarto Potere – o forse si trattava di un semplice esperimento di un personaggio sempre in bilico fra presunzione, sicurezza di sé e ironia. Un esperimento riuscitissimo perché sarà sull’onda della pubblicità ottenuta dall’isteria di massa scatenata che la RKO, compagnia di produzione all’epoca potentissima, gli proporrà un contratto vantaggiosissimo che prevedeva il pieno controllo artistico sui film che avrebbe realizzato. Lui accetta e Quarto Potere comincia la sua gestazione.

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L’infanzia di Charles Kane. Il bambino è inquadrato, attraverso un ingegnoso utilizzo della profondità di campo, nella finestra.

Rivoluzionario sotto ogni punto di vista, Quarto Potere fu la pellicola che cambiò per sempre il cinema. Fu, ed è, un capolavoro del genio umano al pari della Cappella Sistina, contiene in sé sviluppi tecnici impressionanti e soluzioni narrative strabilianti. È con Quarto Potere che il piano sequenza e la profondità di campo vengono impiegati con consapevolezza per la prima volta, ed è sempre con Quarto Potere che i flashback vengono concepiti come un’interessante escamotage di sceneggiatura, un modo innovativo per raccontare una storia, qualcosa che di discosta di poco, nel risultato e nell’intensità del messaggio, dall’effetto che queste tecniche hanno nella letteratura.

La storia la conoscono tutti: chi è Charles Foster Kane? Cosa voleva dire, quando, morente, evocava questa misteriosa Rosabella? Il giornalista Thompson salta da una parte all’altra della città, cercando di ricostruire l’identità di questo potente, ricchissimo, pauroso magnate dell’editoria ma finirà con il realizzare di non poter ricostruire la personalità di un uomo che era, insieme, marito devoto e tiranno spietato, politico fallito e burattinaio dietro le quinte, aguzzino e vittima, bambino infelice e uomo ambizioso. Ciò che Thompson ottiene sono pezzi su pezzi di un rompicapo senza possibilità di soluzione. Perché se è vero che la vita di un uomo la si può intuire dalle sue ultime parole, nessuno riesce a capire cosa è Rosabella (forse qualcosa che perse) e il giudizio finale viene demandato al pubblico, che non viene indirizzato in alcun modo. Un po’ come se Welles si limitasse a disporre i pezzi di un puzzle, senza consigliare da dove iniziare per comporre l’immagine sulla scatola. Muore il cinema classico, nasce quello moderno, viene battezzato un maestro.

Dopo Quarto Potere ci furono altri film (primo fra tutti, L’orgoglio degli Amberson, nel 1939), altre prove attoriali, altre sceneggiature. Ma se Citizen Kane è ricordato, tutt’oggi, come il film più bello di sempre, è perché in esso Welles riversò tutto il suo inestimabile, infinito talento artistico, l’afflato del cineasta, l’origine dell’universo cinematografico come lo conosciamo oggi. Oggi, che sono trascorsi 29 anni dalla sua morte, l’eredità di Orson Welles è più che mai viva e attuale, un patrimonio planetario di valore inestimabile e di bellezza impareggiabile.

 Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

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