In corso Garibaldi, vicino alla Corso Como dell’aperitivo e dei ricordi di Corona, una nuova opera di Beast. Titolo “I am me, we are us and thats all“, (Io sono io, noi siamo noi e questo è tutto”). Draghi che incontra un computo Renzi. Maria Elena Boschi e Merkel guardano soddisfatte. Dietro Renzi altri Renzi, sboccati, vacanzieri e molesti. Se passate la vedete appesa.

La notizia di questa nuova opera è seguita come al solito. “La politica entra nella street art”… Bene… ora un po’ di più su Beast. È uno street artist: espone nelle capitali del mondo occidentale. A NY copre le cartine della città con false cartine che fanno di Manhattan un pene gigantesco. A LA uno zio Sam stanco e homeless intralcia il passaggio ai passanti. A Berlino timbri significativi intralciano la vista di vetrine da shopping. A Milano si sbizzarrisce con i fotomontaggi. Riprende più volte la gerarchia berlusconiana (o berlusconesca!) attraverso una lente alla Vogue. Renzi diventa protagonista di scatti nei quali la rassomiglianza con Jerry Lewis è sempre più spiccata. Le politiche attraenti cedono alla tentazione di pose da copertina.

La politica entra nella street art.

Accontentatevi di questo occhiello. È così.

Poi, se volete l’articolo continua. Se no sapete abbastanza.

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Per chi non avesse girato pagina ecco il resto, che le altre agenzie non offrono.

È troppo facile sintetizzare così la questione. Una sentenza del genere è conciliante: la politica, vecchia rugosa, cambia con personaggi nuovi e viene ricollocata in contesti nuovi, dove prima non c’era. Oppure sembra dire qualcosa del tipo: l’arte che guarda alla politica e la giudica. Così siamo tutti contenti, che siamo certi che le cose siano andate sempre così.

E invece c’è dell’altro. Oltre al fatto che entrambe le concilianti sentenze mi sembrano errate, storicamente, ma c’è dell’altro. Non siamo di fronte a nuove espressioni, e non siamo di fronte a nuovi argomenti.

Beast è un bravo artista, fa dei fotomontaggi ben curati e ben collocati nelle str17ade delle città (anche se i lavori statunitensi li ho trovati un po’ triti). Sa fare il suo mestiere.

Quello che mi importa è che esprime maturità. È un osservatore attento ai linguaggi della moda, attento alla provocazione come ricerca artigianale.

Soprattutto sa cos’è la satira. Ed è questo il termine che dovrebbe a parere mio riempire gli occhielli. Satira nella street art. Non politica.

La satira è un percorso che l’arte da sempre ha intrapreso. È un percorso pericoloso. Di sicuro pubblico. Parla alla gente ricordandole i suoi difetti. Per farlo utilizza esempi noti. Come Renzi. La politica per la satira è sempre un pretesto, mai un argomento.

Mi rende più calmo pensare che qualche percorso artistico leghi esplicitamente un tipo di arte pubblica a un messaggio di fine pubblica. È una ricerca levigata. Informata. Storica.

L’unico rischio per ogni satira, si sa, è il diventare moraleggianti, perdendo quel sorriso sbieco che viene quando si è colti sul fatto e non lo si è ancora capito.

Consiglio: chi passa e guarda l’opera, non pensi a Renzi, alla Boschi o alla Merkel. Ci siamo capiti.

Guido Nosari per 9ArtCorsoComo9

 

 

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By on ottobre 8th, 2014 in Visual & Performing ARTs

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