Le ombre insinuanti di Man Ray

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Tra i tanti artisti d’avanguardia che volevano rivoluzionare la grammatica della visione (e delle arti nel complesso) nei primi decenni del ventesimo secolo, Man Ray (1890-1976) è forse quello che ha creato l’alfabeto più sensuale. Beh, i suoi corti più tipicamente dadaisti sciorinavano perlopiù i caratteri cuneiformi e asettici propri della poetica del ready-made: nel volutamente rozzo “Retour à la raison” (1923), girato nel corso di una serata dadaista, le puntine da disegno e i chiodi (gettati direttamente sulla pellicola) prevalevano sulle forme femminili floride e abbaglianti a cui associamo preferibilmente questo artista franco-statunitense.

Man Ray #2 [Fotogramma da Emak-Bakia]
Man Ray, Fotogramma da Emak-Bakia

La mostra in corso alla Villa Manin di Passariano (Codroipo, Udine) si snoda lungo tutte le tappe creative e fisiche (da Philadelphia a Parigi, da Hollywood a Parigi ancora) della lunga carriera di Man Ray; complessivamente le opere – che resteranno esposte fino all’11 gennaio – sono trecento, e a prevalere è la suggestione soffice e il mistero sofisticato e ironico dei corpi tanto frequentati dal Man Ray fotografo.

A spezzare le curve di questo percorso – il cui approdo più celebre è forse lo scatto intitolato “Violon d’Ingres” (1924) – contribuiranno tre corti, il cui commento musicale è firmato da Teho Teardo: il succitato, brevissimo “Retour à la raison”, “L’etoile de mer” (1928) ed “Emak-Bakia” (1926); il titolo di quest’ultimo film significa in basco “Lasciami in pace”, quasi a testimoniare l’intento dei dadaisti di respingere il pubblico con le loro immagini giustapposte secondo il solo criterio di procurare il mal di mare allo spettatore.

Affido ora ai versi il commento delle seducenti foto di Man Ray (e più in generale del suo modo di ritrarre il corpo femminile): egli – fiancheggiando, senza mai compromettervisi del tutto, il surrealismo – aveva un talento incredibile nell’infilare sorprese in ogni composizione, insinuando il tarlo dell’ambiguità tra le forme candide delle sue modelle.

 

Un occhio sbianchettato e dilatato

tradisce un tondo viso farinoso,

o mani con un quantum di ragnoso

insidian volto bianco e scontornato.

 

Non manca mai il dettaglio inaspettato

che incombe nel neoclassico riposo,

caval di Troia inquieto e misterioso

che lascia entrare il buio ch’è acquattato

 

Le superfici lottan quietamente,

le insidie armoniosissime e sfrontate

corteggiano la preda fatalmente.

 

Le perversioni alluse e caldeggiate

riposano con aria già vincente,

tra curve ancora ferme e imperturbate.

 

Andrea Meroni per 9ArtCorsoComo9

 

 

 

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