David Lynch, cielo stellato e pioggia nera

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Le ossessioni fanno un lungo giro, che può durare giorni, mesi o anni, e poi tornano. Inesorabili, guardinghe, perentorie. Tornano con un sorriso beffardo. Lo stesso che secondo me sfoggia quel pazzo rassicurante di David Lynch dietro ad ogni suo lavoro.

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Un paio di giorni fa si è chiusa una mostra a lui dedicata a Pietrasanta, dal 20 settembre al 9 novembre ce ne sarà un’altra a Lucca: si intitola DAVID LYNCH. Lost Images. L’indiscreto fascino dello sguardo. Un titolo, una vita, un’intera produzione. Bologna, 17 settembre – 31 dicembre 2014, presso il Mast. The factory photographs. Sono paesaggi industriali abbandonati, quelli che guardi disincantato e assuefatto dai vetri di un treno. Quelli che quasi ammiri, perché hanno il coraggio di essere loro stessi, di non cambiare mai, di non dover obbligare lo sguardo a entusiasmarsi sempre. Sono rassicuranti.

Pazzi perché coraggiosi ma rassicuranti. Proprio come David Lynch, a primo impatto uno degli autori meno rassicuranti del panorama cinematografico (e non solo) mondiale. Non sarei tranquillo a sapere di doverlo intervistare, ma fino a che beve il suo cappuccino di mattina e la sua insalata passata al frullatore “per fare in modo che ogni boccone abbia lo stesso sapore”, David è più rassicurante. Chi più di lui ne ha bisogno, dai. Come un bambino. Sa di essere “normale e curato, purtroppo americano in modo rassicurante”.

Un’infanzia troppo felice. Mi piacerebbe avere il privilegio di intervistarlo dopo una delle sue sedute di meditazione quotidiane: i suoi meravigliosi occhi cielo sarebbero ancora più blu, quell’argento nei capelli ancora più vivo. “Mi serve per diventare un essere umano totale”. Credo che gli chiederei: l’arte è catarsi delle tue emozioni? Mi vuoi forse far credere, David, che la meditazione ti libera da ogni stress e preoccupazione? Non è che tutto confluisce poi nei tuoi lavori? Ci vuoi dire che la felicità non è fuori ma dentro di noi?

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Se devo essere sincero, ho smesso anni fa di farmi particolari domande su Lynch. Ecco perché lo trovo rassicurante. Sospendo l’incredulità non appena sento il suo nome e mi preparo a immergermi. A sentire, a percepire quello che ho già dentro di me, nascosto in qualche viscera. Lynch si è sempre rifiutato di spiegare le sue opere. “Quando finisci, l’opera è libera e cammina da sola. Chiunque è libero di godersi la sua interpretazione personale”. E perdersi è meraviglioso, come recita un libro di raccolta di sue interviste. Fuoco, cammina con me. Ricordi? Twin Peaks.

I viaggi nel nostro recondito sono come quelle lampade/lampadine difettose dei suoi film. Come quei casermoni industriali abbandonati. Morenti, ma non morti. Come ogni persona, mai troppo luce né troppo ombra. Come ogni felicità, come dicevo prima indipendente da quella altrui. Personale. Ecco perché vedo positività nel finale del meraviglioso The elephant man (1980). Vedo consapevolezza, almeno. Vedo un obiettivo raggiunto: essere come gli altri, per una volta. Sono quasi felice per John Merrick, come lo è David che ci fa godere un cielo stellato. La bellezza della vita è nel mistero.

Guardate questo mobile, realizzato da David. Sembra dire tutto di lui. E guardate questo dipinto. Pioggia. Nera. Scende su di noi. È rassicurante. Se vivi in un vortice lo è.

 

Yuri Benaglio per 9ArtCorsoComo9

 

 

 

 

 

 

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