Il pARTicolare. Caravaggio e La Vocazione di San Matteo

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La Vocazione di San Matteo (1600-1602). Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella Contarelli, Roma.

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo, Volta della Cappella Sistina, 1508-12, dettaglio
Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo, Volta della Cappella Sistina, 1508-12, dettaglio

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è nato a Milano nel 1571. Pittore naturalista. Negli anni del barocco e dell’eccesso vuole e si impone nella storia per ritrovare il dettaglio, la rappresentazione del vero, il quadro che viene dalla vita, le emozioni che spingono i personaggi all’esterno della cornice.

Le mani di nervi. I piedi sporchi. La sensualità affatto celata.  Il suo desiderio intenso di vita. I suoi sensi di colpa. Il suo viaggio a scappare da se stesso. Il suo volto come Golia. Il sangue a scriver la sua firma. Il dolore umano portato allo spirituale dell’arte. La concessione del peccato. La distrazione della pena. Il dolore eterno e inappagato. Il sesso e il corpo. E la religione, la sacralità più vera.

Caravaggio, La Vocazione di San Matteo
Caravaggio, La Vocazione di San Matteo

Nella Vocazione di San Matteo, un dettaglio mi ha sempre colpito.

Il dito del Cristo non è deciso. La mano del Cristo di Caravaggio è quasi portata,  alla Vocazione. Come la mano di Pietro che sembra ripetere, indeciso quel gesto: “Maestro, intendi lui?”

Un dito indeciso, che riprende perfettamente la mano di Adamo del Buonarroti, nella volta della Cappella Sistina a Roma. La Mano del Cristo di Caravaggio sembra ripetere perfettamente la mano stessa dell’uomo appena creato.

Cristo, qui, come Uomo.

Seguendo quella mano osserviamo lo sguardo del Cristo. Osserviamo questa sorpresa. Sguardo severo ma anche incuriosito. Quasi titubante.  Dolcissimo. Nell’ombra. In tutto il dipinto, ogni personaggio è raccolto nell’ombra. Solo alcuni dettagli, accarezzati dalla luce, non più diffusa come nelle prime opere del  pittore, ma diretta e teatrale. La luce, prende il volto del Cristo, il manto sulla schiena di San Pietro, La gamba di un gabelliere, i volti dei personaggi. Un San Matteo che ancora, dopo anni di studi, non si è compreso chi sia davvero. L’uomo che indica – o si indica?- Con un dito- e anche questo dito sembra porre una questione, “Intendi me?”- o il giovane dal volto in ombra ancora intento a contar le sue monete?

Una mano portata al gesto, quella del Cristo. Da chi? Dalla luce, che proviene da dietro. E come lo capiamo?

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Caravaggio, Vocazione di San Matteo, dettaglio della finestra

Un dettaglio solo, in questo dipinto è TOTALMENTE, SENZA OMBRE, inondato di luce: LA FINESTRA. 

Meraviglioso, suggestivo, geniale, Caravaggio.

Eccolo il pARTicolare.

Una luce da destra illumina direttamente quella finestra, Simbolo dell’altro, una Trinità. Simbolo di Dio Stesso. È Dio, quella finestra, che presiede la scena. La luce dall’esterno, e una finestra aperta, opaca, illuminata dallo Spirito Santo, dallo Spirito di Dio. Il vento, Lo Spirito Santo, che ha appena spalancato quella finestra.

Tre  mani, tra dita che si rincorrono. Indecise, morbide, portate dall’Altrove.

Una luce diretta, imperiosa, a illuminare quel chiodo a cui era attaccata lo stipite della finestra.

L’arrivo violento di quella luce ha aperto, come vento di tempesta, la finestra opaca.

Vento e Luce, Dio. La determinazione, la decisione.

La Vocazione.

 

Federica Maria Marrella per 9ArtCorsoComo9

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