Ex studenti d’arte si raccontano

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Cosa succede dopo il sudato diploma accademico? Ho riunito alcuni amici dei bei tempi passati, tra torchi, video e rosticceria cinese, e gli ho posto qualche domanda su presente e passato.

Ciao ragazzi, partiamo subito con una bella domanda, lunga! Avete tutti qualche mostra e commissione alle spalle, ma non tutti avete scelto di continuare quella strada. Motivazione

A: Non è così difficile partecipare ad una collettiva, lo è di più guadagnarci. C’è bisogno di tempo e molta pazienza: partecipare a inaugurazioni, conoscere persone, mantenere contatti, esporre; ed ancora ripresentarsi in gallerie diverse e riproporre le proprie tele, e ancora conoscere nuovi interessati e così via finché finalmente non ti si presenterà l’atteso risultato di queste fatiche sociali: un compratore. Purtroppo il mio è un discorso molto venale. Ci vuole tempo, pazienza e diciamolo… culo. Al tempo, tra le mie esigenze c’era il non voler dipendere dai miei genitori. Ho cominciato a lavorare, adattandomi a quello che la mia città offriva e non trovando nell’ambito artistico ho fatto altro. Solo ora, dopo qualche anno e un lavoro retribuito, posso dedicarmi alla pittura e in futuro riprendere il discorso delle esposizioni.

Lollo: Nei primi anni spendevo moltissime energie, soldi e tempo per portare avanti ciò che resta la mia fede, ora calcolo molto ogni investimento e pista. Il numero delle commissioni e dei collezionisti è calato in questi ultimi due anni, nonostante i prezzi delle mie opere siano rimasti invariati, e lo stesso vale per le mostre: molte delle esposizioni fatte non avevano particolare importanza né per la mia carriera né per eventuali collezionisti, ora vaglio attentamente le occasioni. Ma senza ombra di dubbio proseguirò per la mia strada.

Nico: Nonostante io continui a esporre non mi precludo altre possibili strade. Ciò che mi affascina della nostra formazione è la sua flessibilità, per questo oltre al mio percorso artistico cerco sempre d’avere un “piano B”, un impiego dove applicare in altri campi le mie conoscenze e la mia creatività, con la speranza di avere più facilmente un minimo di ritorno economico: grafica pubblicitaria, computer-grafica, insegnamento, ecc..

Hillel: Per lo più realizzo disegni su commissione, per poter investire in opere future. Mi sarebbe piaciuto fare più mostre ma, un po’ per timidezza, non mi sono mai proposta troppo.

A.
A.

Alcuni di voi hanno lasciato l’Italia o sono in procinto di farlo…

N.: Sono andato in Germania nel 2008 come studente Erasmus e sono tornato nel 2011 per proseguire gli studi. Conseguito il diploma, resto per completare un master, poi si vedrà.
H.: Sono in procinto di lasciare l’Italia per l’Inghilterra. Ammetto di essere spaventata da questo salto nel buio ma, ora come ora, meglio che stare qui a sperare.

Se poteste cambiare qualcosa del vostro passato formativo, lo fareste?

A.: No. Chi intraprende un percorso di studi così particolare lo fa per passione, lo spauracchio della disoccupazione non lo ferma. Parlo per esperienza personale. Ci si accolla il rischio di ritrovarsi a finire i cinque anni con un diploma sì ma senza una sicurezza per il futuro: non importa, rifarei l’accademia mille volte.

L.: Sento di aver avuto la fortuna-sfortuna di intraprendere un percorso che potrebbe definirsi controcorrente, una strada che non porta ad un inquadramento preciso di lavoro, mentalità, visione del mondo. Questo pesa mostruosamente per una persona che desidera inserirsi come un ingranaggio nell’orologio della società… ma sono ancora convinto che da percorsi formativi così arzigogolati escano anche dei pezzi unici.

N.: Nel complesso no, forse avrei scelto un corso che mi insegnasse in maniera più sistematica i metodi di progettazione, specialmente nel campo della grafica pubblicitaria o multimediale.

H.: Ci scherzo spesso. Avrei seguito da subito la mia aspirazione facendo il liceo artistico.

Esiste un vantaggio in un tipo di formazione varia come la nostra?

A.: Bisognerebbe piuttosto chiedersi se la cultura è ancora considerata merce di valore.

L.: In ogni tipo di formazione sono inclusi nel pacchetto vantaggi e svantaggi. Il vantaggio è una visione e percezione della realtà molto aperta, anche troppo per relazionarsi con la maggior parte delle persone, e una capacità di adattamento a diversi contesti lavorativi.

N.: Assolutamente sì. Ci consente di mettere insieme discipline normalmente insegnate e applicate separatamente, portandoci a percorrere strade poco battute, dalle quali s’impara sempre qualcosa, a trovare aspetti originali, a volte innovativi, ma, beninteso, dopo aver appreso le dovute basi tecniche. Un approccio, spesso ostacolato, che alla fine appaga e stimola l’entusiasmo. E sono convinto che questa tendenza all’interdisciplinarietà sia il futuro.

H.: Studiare e mettere subito in pratica quello che si studia fa comprendere a fondo i procedimenti, così da poterli far fruttare al meglio.

Nico
Nico

Qual è il vostro ricordo di Brera?

A.: Ottimo. Il cortile dove leggere, il Napoleone, la pinacoteca che, per chi se ne fosse dimenticato, è ad usufrutto degli studenti, e ancora la biblioteca, antica riserva di libri. Tutto questo ha il suo fascino. E poi la costante sensazione di essere in un laboratorio attivo, molto vivo, di cultura. Ottimo ricordo sì.

L.: Potrei paragonare il periodo a Brera ad un viaggio in zattera in mezzo al mare in tempesta. Senza meta ma con un obbiettivo. Le lezioni, i prof, gli esami strampalati e quelli super seri, i materiali scarsi e le classi decisamente inadatte… Tutto di Brera mi ha lasciato il ricordo di un periodo estremamente libero, in tutti i sensi.

N.: Brera mi ha formato artisticamente, mi ha insegnato un certo tipo di approccio alle cose e alla vita in generale. Ho avuto la possibilità di confrontarmi con altri studenti, coi quali mi sento ancora; un contatto umano che, forse facilitato dalle aule piccole o di “essere tutti sulla stessa barca”, mi è mancato molto in Germania, dove l’ambiente più asettico e spazioso facilita la concentrazione e l’efficienza ma isola le persone. Ricordo con nostalgia le colazioni con gli altri studenti al bar, le ore trascorse nei laboratori e nelle aule a lavorare e a chiacchierare tutti insieme; con meno piacere la burocrazia assurda, le code in segreteria, la disorganizzazione, la mancanza di materiale… a Brera s’impara veramente l’arte di arrangiarsi.

H.: Brera è stato il luogo dove ho potuto conoscere persone diverse da me, con stili d’espressione differenti. Grazie a quest’esperienza ho imparato molto.

Un corso, o un insegnante che ricordate con maggior piacere? Potrebbe essere utili a futuri studenti…

A.: Gli insegnati di storia dell’arte, per la passione che mettevano nelle lezioni e per il piacere nell’ascoltarli: da un Gualdoni sempre fuori le righe, a un Rosa molto impostato ma non per questo di minor pregio. Un pensiero particolare a Sorrentino, che ci ha insegnato ad affrescare sul serio. Non male.

L.: Disegno con Chiodi, Psicologia con Galeotti, Anatomia con Galli… Docenti che a mio parere hanno saputo difendersi e costruire qualcosa di veramente formativo in un mare d’ipocrisia.

N.: Anatomia artistica con la professoressa Galli, oltre a tanti altri.

H.: Il corso di storia della fotografia, professoressa Amonaci, di fotografia del professor Tanagra e il corso della professoressa Giorgetti che negli anni ha cambiato mille nomi.

Lollo
Lollo

Vanessa Beecroft è l’ultima artista famosa ad essersi diplomata a Brera (1993). Ha ancora senso scegliere un’accademia di Belle Arti?

A.: Domanda strana. Mi si chiede se ha senso frequentare ancora l’accademia perché si può diventare famosi? La risposta è no. Ha senso frequentare l’accademia perché ti permette di ampliare le tue conoscenze, la tua capacità di rielaborare, ti permette di fare un percorso di studi unico, ricco, completo, sia nell’aspetto pratico che teorico. Quindi sì, la consiglierei subito. Sì, ha ancora senso frequentarla. Ho un ottimo ricordo di Brera, e nonostante i suoi difetti la consiglierei.

N.: Continuo a essere dell’idea che, salvo casi eccezionali, l’aver frequentato un’accademia di Belle Arti in grado di fornire delle basi tecniche e teoriche solide è necessario per diventare degli artisti validi e seri. L’aver successo è tutta un’altra storia.

H: Come ho detto prima, per me Brera è stato un luogo di scambio di esperienze. Quindi se un ragazzo esce da un liceo, uno qualsiasi perché nella vita non si sa mai, e vuole poter crescere, l’accademia di Belle Arti è il luogo giusto.

Hillel
Hillel

Agli italiani l’arte interessa ancora? E all’Italia, al suo governo?

L.: Interessa ai più come vanto. Credo che sempre più italiani stiano perdendo la “sensibilità” per l’Arte e stiano subendo una forte attrazione per le mostre-evento. All’Italia… sarebbe come chiedersi se ad un dio interessino i propri fedeli. Al Governo sicuramente no.

N.: Spesso l’interesse degli italiani si ferma a un livello superficiale: l’opera viene “ingurgitata” ma non compresa. Bisognerebbe riabituare la gente al pensiero. Il governo cerca sempre incassi immediati piuttosto che investire su giovani e programmi culturali innovativi: è più comodo andare sul sicuro presentando artisti con un nome noto, in modo da aver garantito afflusso di pubblico e quindi soldi… mi vengono in mente molte mostre di Palazzo Reale (Milano).

H..: Sono sicura che se l’Arte fosse aiutata a splendere più persone ne sarebbero attratte. Al governo non mi sembra importi, data la cura con cui vengono tenuti alcuni luoghi e la cecità verso il potenziale che ha, anche nell’educazione alla Bellezza.

Vi ritenete dei freak?

A.: Mi viene da ridere. Tanti ci reputano strambi, “originali” e potrei continuare. Ci immaginano alcoolizzati o, peggio, fumati sotto il porticato di Brera. Sempre squattrinati, comunque scansafatiche. C’è gente così: le accademie sono un posto fertile per chi ha voglia di fare poco. Ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. È parecchio fastidioso sentirsi definire “artisti” o “originali” con quel tono molto ricco di significati negativi che variano dal “non ha voglia di fare nulla” al “mantenuto”. Ho preso il diploma di pittura dopo tre anni di studio, ho fatto la pendolare tutto il tempo, da lunedì a sabato, dalle nove alle sei, seguendo lezioni e frequentando laboratori; ho studiato e ho dipinto e l’ho fatto con grande piacere ed interesse. Non ho fatto finta di fare l’accademia, l’ho fatta sul serio e mi è piaciuta. Non sono l’unica ovviamente, ma non si attribuisce il giusto merito a questo. Il diploma che ho in mano vale poco, il mio punteggio di uscita ancor meno, e il mio bagaglio culturale viene generalmente commentato con un autoconclusivo: “oh l’arte, molto bella” prima di cambiare discorso. Freak.

L.: Sì. Commentini tipo “chissà cosa ti fumi…” mi accompagnano fin da piccolo. Ma credo che essere dei freak abbia moltissimi lati positivi.

N.: Non nel modo di vestire e nemmeno ci tengo a esserlo… Nelle idee ho riscontrato di essere, per certi aspetti, abbastanza anticonformista e forse un po’ troppo “sognatore”.

Tra i critici che hanno ottenuto un frequente passaggio TV (penso soprattutto a Daverio, Caroli o Sgarbi) quale preferite, e perché?

A.: Al momento Daverio. Ho una segreta passione per i papillon.

L.: Sgarbi è un grande storico offuscato da un’immagine provocatoria che ormai ha fatto il suo tempo. Caroli mi sembra superficiale come critico. Direi Daverio.

Andrea Diprè vi strappa un sorriso o arrabbiatura?

L.: Entrambe ed in quest’ordine.

N.: Tutt’e due… e alle volte mi strappa anche qualche lacrima di tristezza.

E l’Expo?

L.: Credo che da tali situazioni in Italia possano uscire solo sodalizi politici ed economici.

N.: Dopo quel che è saltato fuori ho provato molta rabbia e mi viene un sorriso amaro quando penso che, essendo in Italia, uno scandalo del genere era scontato.

H.: L’Expo sarebbe una grossa possibilità ma credo che, come sempre, faremo la figura di quelli che fanno le cose a metà e/o da schifo.

Qual è l’ultima mostra che vi ha soddisfatti?

A.: Carl Larsson all’Accademia di Stoccolma

L.: Piero Manzoni a Palazzo Reale di Milano.

H.: Leviathan di Christian Zucconi.

INFO

A.: Liceo scientifico sperimentale artistico Leonardo (Brescia) e Accademia di Brera, Pittura (Milano).

Lollo:Liceo Artistico Amedeo Modigliani (Padova) e Accademia di Belle Arti di Brera, Pittura. www.lorisdrago.com

Nico: Liceo Artistico Caravaggio (Milano), Accademia di Brera, Grafica d’Arte, e “HBK” di Braunschweig (Germania), in “Freie Kunst”, ovvero arti libere

Hillel: IPIA Rosa Luxemburg (Milano), Grafico Pubblicitario, e Accademia di Brera, Grafica d’Arte. Pagina Facebook “El folio manchado de Hillel Zavala

 

Veronica Benetello per 9ArtCorsoComo9

 

 

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