Cose da grandi, la recensione

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C’è qualcosa di questo libro che mi richiama l’estate. Sarà la straordinaria copertina italiana (sullo sfondo di Seattle, un uomo vola tra i grattacieli suonando una chitarra immaginaria). Sarà il titolo, “Cose da grandi” che nulla ha a che fare con la versione americana (“How Evan broke his head… and other secrets”). Sarà quel che sarà ma l’ho comprato, letto e non me ne sono pentito affatto.

Il protagonista del libro è Evan. Un giorno, dopo 14 anni, riceve una telefonata. L’ex fidanzatina del liceo, Tracy, è morta per un incidente d’auto. Evan va al funerale, cercando di non farsi notare da nessuno. E pian piano scopriamo tutto. Ad esempio, che Evan e Tracy hanno avuto un figlio, Dean, presente anch’egli al funerale. Un padre che non ha mai visto il figlio, se non di sfuggita il giorno della nascita, per poi svignarsela a gambe levate. Scopriamo l’epilessia di Evan. Cosa comporta, come se l’è procurata, come la vive. O come l’epilessia ha vissuto Evan. Scopriamo tante cose.

cose da grandi

Mi piace sempre dare una sorta di definizione a quel che leggo. E questo “Cose da grandi” mi sembra tanto un atipico, e interessante, romanzo di formazione, vivacizzato da un narratore onnisciente e accattivante.
Neanche ricordo cosa scopriamo prima e cosa dopo. Perché le pagine sul presente di Evan e Dean sono intervallate da brevi spezzoni in cui si ricostruisce il passato del protagonista. Quindi non vi dico molto.
Vado allora per temi, accompagnandoli con delle citazioni tratte dal libro. Ok? Fa più estate.

Rapporto genitori-figli

“A volte tra padre e figlio le parole non servono. Può bastare il semplice gesto di chiudere una porta a chiave… semplice, ma non meno simbolico della costruzione del muro di Berlino, che, dopotutto, fu eretto in una sola, brutta e solitaria notte teutonica”.

“Nessuno rimpiange gli errori di un figlio più dei suoi genitori, questo è certo”.

“Forse si sbagliava. Forse sta dormendo. Indugia qualche istante sulla soglia, finché resiste, nell’attesa che Dean si tiri su o dica qualcosa, si muova, interagisca con lui in qualche modo, per potergli dire: “Basta, basta così, finiamola”. Trattiene il fiato e aspetta, aspetta, finché non regge più e lo butta fuori silenziosamente.
Torna in corridoio ma, mentre chiude la porta, sente qualcosa, un leggero movimento, ed è tentato di riaprirla, solo che ormai l’ha già chiusa e non gli resta altro che mollare il pomello e lasciar scattare la serratura. Dean era davvero sveglio? Evan avrebbe dovuto parlargli? Se fosse rimasto un secondo di più, Dean avrebbe detto qualcosa? Lascia andare il pomello, sente un leggero clic, si gira e si allontana lungo il corridoio buio”.

Incomunicabilità. Che parola inquietante, scomoda. Parole non dette che diventano rimpianti. Come nel loro caso. E nella fottuta vita di ognuno di noi.

“Ti stava mettendo alla prova, Evan. Ti stava mettendo alla prova e tu non l’hai superata. Voleva che tu lo facessi restare. Voleva che sentissi il bisogno di lui”.

Il ragazzino, Dean, 14 anni. Mette alla prova il padre, come tutti i figli.

“Voi non cambiate mai… Non serve che pensiate voi a tutto. Non fate altro che pensare a tutto voi, nella mia vita. Ma io non ne ho bisogno. Io ho bisogno del vostro sostegno, della vostra fiducia. Ho bisogno che mi aiutiate, non che pensiate a come gestirmi”. Evan ai suoi genitori.

La musica

“Vai, Evan, insegui i tuoi sogni. Diventa famoso. Rendimi orgogliosa”.

Questa è Tracy, l’ex fidanzatina del liceo. Madre di Dean. Disse così a Evan, mentre prendeva i soldi con cui avrebbe dovuto abortire.

“È quando suona la chitarra che Evan sente assoluta chiarezza. Non riesce a spiegarlo, non sa perché. Ma arriva un momento in cui lui è lo strumento e c’è qualcuno o qualcosa che lo suona. Qualcosa di più vasto. Qualcosa che è altro da tutti noi. Chiamatela Mente Universale, se volete. Ma quando Evan la avverte, sa che la avvertono anche le persone in ascolto. Attingono tutti dalla stessa fonte. Tutti comprendono”.

La magia della musica, in poche righe. La chitarra della copertina. La vera, pura essenza di Evan, l’uomo mai cresciuto per colpa sua e altrui. Nella musica tutto è perfetto.

L’amore

“Ti ho perdonato molto tempo fa, Evan. Ti ho perdonato addirittura prima che litigassimo. Ti ho perdonato prima che tu nascessi, prima che entrambi avessimo un corpo, quando eravamo ancora due anime in pena e fluttuavamo nell’universo in cerca di qualcosa da fare, quando ti ho incontrato là fuori la prima volta, cento milioni di anni fa”.

É Mica a parlare, celebre produttrice musicale, innamorata di Evan.

La malattia

“Ricordava di aver guardato dall’esterno il corpo che stava manovrando (proprio così, manovrando, come si manovra una di quelle enormi gru impiegate in edilizia, perché in quel momento aveva avvertito un’autentica scissione di mente e corpo, aveva avuto conferma del dualismo, cogito ergo sum)”.

Accenni filosofici che arricchiscono i tratti delicati e doviziosi con cui viene delineata l’epilessia.

“Gli eccitanti servono a neutralizzare i calmanti. I calmanti a neutralizzare le crisi. Gli stabilizzatori dell’umore ti fanno sentire quasi normale. E la marijuana lenisce il tutto. Evan, lo sai, sei il cocktail farmaceutico del ventesimo secolo. Una discarica tossica. Il vero bambino in provetta. Ti hanno fatto, ti hanno distrutto, e adesso ti mettono in condizione di fronteggiare la tua stessa distruzione”.

“Non c’è niente di cui vergognarsi”

“Vergognarsi? Il pensiero non lo aveva nemmeno sfiorato. Ma, quando due giorni dopo tornò a casa e i genitori ripeterono non c’è niente di cui vergognarsi, iniziò a sospettare. E quando poi gli dissero di non raccontare agli amici che aveva l’epilessia, di non dirlo ai professori e nemmeno ai cugini, gli fu tutto chiaro: l’epilessia era qualcosa di cui vergognarsi eccome. Se qualcuno glielo avesse chiesto, però, avrebbe dovuto rispondere che non si vergognava affatto”.

La malattia come difetto, un’onta da nascondere. Emozioni represse. I genitori, stimati cittadini di Seattle, se ne vergognano. Da qui gli “other secrets” del titolo americano. Da qui le bugie di una vita di Evan.

Pensieri sul mondo moderno

“Finché, sul tardi, si ritrovano davanti ai banchi del pesce al mercato comunale a guardare pescivendoli dalle mani enormi lanciare salmoni di dieci chili lungo il bancone, allertando tutti con le loro grida mentre i turisti si ritraggono fingendosi terrorizzati: cibo come intrattenimento. Immorale, in un certo senso. Un’interpretazione distorta della catena alimentare. Arte performativa che sconfina nel sadismo. Ma solo se sei il salmone. Altrimenti è una forma di sano, innocente divertimento”.

Gli esseri umani non sono salmoni. Siamo salmoni solo in caso di terremoti o di onde anomale. Ma neanche in quel momento ci sentiamo salmoni.

“Sono il primogenito di un cardiochirurgo maschio di razza bianca, ricco e famoso. In America non c’è niente di meglio. Sarei stato al primo posto nella lista dei raccomandati”.

Si presenta così, Evan, a pagina 172.

“Il Fremont Guitar, il più grande negozio di chitarre di Seattle, è un vero mortorio il lunedì. Anche d’estate, quando i ragazzi non vanno a scuola. Sarà perché oggigiorno non smettono mai di andare a scuola. Ai tempi di Evan era tutto diverso. Non esistevano i centri estivi, le iniziative organizzate. I ragazzi avevano le vacanze libere e le passavano come volevano, magari gironzolando per i negozi di chitarre. Ora invece hanno tutto programmato, tutto pianificato, vuoi a causa di genitori nevrotici, vuoi per il nocivo proliferare di psicopatici e stupratori appostati dietro gli alberi in attesa di rapire e rovinare i nostri figli. Cosa che, in un caso o nell’altro, uccide il mercato giovanile di chitarre la mattina dei giorni feriali”.

“Entra nella cabina armadio, un ampio guardaroba grande abbastanza da ospitare una famigliola di immigrati”.

“Evan esce dalla libreria e aspetta. Sono le nove e mezzo e il centro commerciale è pieno di gente. È qui che l’America viene a socializzare. Persone di ogni età, famiglie, anziani, gruppi di adolescenti. Evan dà un’occhiata a una banda di ragazzi radunati attorno a una palma, elemento centrale di un gruppo di panchine. Passano il tempo a bighellonare, a bere Dr Pepper e a fare versi alle ragazzine di passaggio. Che razza di vita. Evan si compiace di non essere cresciuto nell’era dei centri commerciali”.

“A volte è meglio esser bravi a far fortuna che aver la fortuna di esser bravi”.

E poi c’è lui, Evan

“Già. Ascolta, Evan, tu mi sei sempre piaciuto, solo che ti senti la vittima della situazione quando non lo sei. Tu sei quello che l’ha scampata, in realtà”.

Si ribaltano i ruoli. Parla Brad, fratello di Tracy. In questo libro, come nella vita, colpe e verità sono indistinguibili.

“Adesso tocca a te, Evbee”.

“Evan ci riflette. Sa che prima o poi dovrà affrontare la cosa, è solo che sperava di poterla rimandare di un po’. Rimandare per sempre, magari”.

“Una famiglia è una famiglia, Evan. Le tradizioni non contano. Evan, sei mio figlio. Non sei mai stato tradizionale in vita tua”.

Commento finale

Tra timori borghesi e un Peter Pan de-responsabilizzato per troppo tempo, è Evan stesso a capire che “il nostro compito non è condannare il passato, bensì migliorare il futuro”. Urlarlo, una volta per sempre. Una volta per tutte. Qualcuno deve sapere. Passi la palla bruciata. Puoi tornare a respirare. Ricordarlo, non rivangarlo. “Dietro ogni azione c’è un motivo. La fonte. Bisogna sempre andare alla fonte”.
Possiamo prendere una storia brutta e renderla bella, per poi tentare di trasformarla in realtà. Possiamo “fare in modo che tutto dipenda da te, allora nessuno potrà più farti del male a meno che non sia tu a permetterglielo”.
Mi è piaciuto leggere questo libro. Per una volta è più indagato il padre che non il figlio. C’è sì da capire l’adolescente, ma per capire se stessi. È un libro adatto a chi – come troppo spesso capita – ha avuto un padre poco presente (per usare un eufemismo). È bello avere una conferma di quello che può capitare nel cervello di una persona. È bello avere un autore che sgrida il proprio prodotto letterario, proprio come ogni genitore dovrebbe fare con i figli.
È bello leggere un prodotto narrativo dal classico impianto americano, rivestito però di un’autentica tenerezza. “Mamma, papà, fratello. Non mi avete voltato le spalle. Siete solo cresciuti. Invecchiati. Mentre io sono sempre lo stesso. Ho ancora quattordici anni. E mi sto svegliando solo adesso”.

Carpe diem, dicevano. Cose da grandi di 14 anni, dicono oggi.

Yuri Benaglio per 9ArtCorsoComo9

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