“L’immoralista” di André Gide, la recensione

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Non saprei che definizione dare del libro. Non è un classico in senso proprio (non è “Anna Karenina” o “I promessi sposi”), non è nemmeno un romanzo. È un récit. In Inghilterra usano una parola, però, che mi piace molto: masterpiece (capolavoro). Lo definirei così.

Lo conosco abbastanza bene, André Gide. Ho fatto su di lui la tesi. L’ho letto, capito, vissuto. Mi sono immedesimato in lui come se fossi il fratello minore vissuto un secolo dopo. E voglio dirvi due cose della sua vita prima di parlare del libro.
Nasce nel 1869 a Parigi come esponente di una ricchissima e colta famiglia protestante. Figlio unico, salute molto fragile (come tanti scrittori dell’epoca), gioventù passata tra i libri. Sente fortemente l’influenza religiosa dell’inflessibile madre: il rigorismo puritano e, paradossalmente, l’impegno civile tipici di questa prospettiva religiosa faranno di lui André Gide, nel bene e nel male. Il resto lo dico poi, tanto in questo libro c’è la sua vita.

andré gide l'immoraliste

Scriveva, il 16 gennaio del 1896, sul suo Journal: “Teoria assurda quella per cui bisogna separare l’opera dall’uomo, come se tutto ciò che c’è nell’opera non fosse prima nell’uomo”.
“L’immoralista” esce nel 1902, dopo molti anni di gestazione. È un lampo abbagliante nel secol breve. La strada è segnata. Gide, ancora sconosciuto nonostante le molte opere pubblicate, ottiene con questo testo l’ennesimo insuccesso. Solo le avanguardie, dagli anni Venta, cominceranno a salutarlo come un Maestro. Ma tutto era già in quest’opera: l’autobiografismo, la provocazione morale, il rifiuto delle convenzioni, l’uomo e la sua identità.
Michel, il protagonista, racconta in prima persona a tre amici la sua storia. Il viaggio di nozze con la donna non amata, Marceline (in vita, invece, l’amore spirituale – mai consumato – con la cugina Madeleine, “quante volte ho confuso Madeleine che era nella stanza accanto con mia madre” raccontava nel suo Journal). André aveva capito da tempo che amore e sesso erano due esperienze incompatibili. “Incapacità totale a mescolare lo spirito e i sensi che costituisce una delle ripugnanze cardinali della mia vita” racconterà anni e anni dopo nella sua scandalosa autobiografia, “Si le grain ne meurt” (1926). La guarigione dalla malattia grazie alla vicinanza di lei. Malattia come nuovo inizio: la malattia passa come una palla infuocata alla moglie. Ma la malattia, ora, lo ripugna: lei sprofonda nel baratro, sempre accanto a lui. Non è un’apologia questo testo, una giustificazione a posteriori. È una richiesta d’aiuto.

Nella forma di una lettera di rara semplicità e eleganza, Gide racconta se stesso dietro alla patina filosofica di Nietzsche. La volontà di vivere, l’esplosione dei sensi. “Cercai dunque, una volta ancora, di tenermi stretto il mio amore. Ma avevo bisogno di una felicità tranquilla? Quello che mi dava e che rappresentava per me Marceline era come un riposo per chi non si sente stanco”. Un’altra identità, la passione per gli splendidi ragazzi africani. Come Marc Allégret, il quindicenne con cui un adulto André avrà una delle storie più importanti della sua vita.

andré gide
André Gide

“Da quel momento fu lui che io volli scoprire: l’essere autentico, le vieil homme, quello che il Vangelo aveva rifiutato; quello che tutto intorno a me, libri, maestri, genitori e io stesso ci eravamo sempre sforzati di sopprimere… Da quel momento provai disprezzo per l’altro essere, secondario, costruito, che l’istruzione aveva formato al di sopra”.
Leggi di Michel e vedi André. “Va da sé che io abbia dentro di me un germoglio di Michel, quanti sono i germogli che portiamo in noi… E che sbocceranno solo nei nostri libri… Consiglio: scegliere di preferenza il germoglio che vi dà più fastidio. È il modo più sicuro di disfarsene”.

Gide aveva bisogno all’epoca di disfarsi di Michel? Per cosa? Per la sua omosessualità? Anche, pochi anni dopo la tragedia di Oscar Wilde. Lunghissimo il percorso che porterà lo straordinario Maestro francese a farsi portavoce di questa come di tante altre cause (denuncia degli orrori del colonialismo, sfrontata critica al comunismo russo da cui era rimasto inizialmente affascinato per poi scontrarsi con la morte e con la dittatura). È cristiano, in questo, nonostante le tante crisi mistiche e il rinnegamento della sua formazione.
Ma non è l’omosessualità del protagonista a destare scandalo. È la filosofia proposta. È il cercare di capire davvero quanto Gide la sostenga e la senta propria. Michel paga un prezzo troppo alto per la libertà (il sacrificio della moglie). Un prezzo più amaro e più alto della gioia ottenuta. “Saper liberarsi non è niente, il difficile è saper essere liberto”. Gide, cresciuto nella razionalità, come Michel capisce che questa vita edonistica è da vincere. Non per conformismo, ma per un alto imperativo etico. C’è una lucidità, anche in fondo, nelle grotte più tetre della nostra mente. La luce che André sprigiona in ogni sua opera e nell’unica vita che ha vissuto. “La lotta è sempre tra ciò che è ragionevole e ciò che non lo è” disse poco prima di morire per sempre.

“L’immoralista” apre la strada alle inquietudini letterarie del Novecento. Ne è il manifesto: “Ognuno desidera assomigliare il meno possibile a se stesso; ognuno si costruisce un modello, poi lo imita; accetta addirittura un modello già scelto. Si dovrebbero cercare altre cose nell’uomo, io credo. Ma non si osa farlo. Non si osa voltare pagina… Quello che sentiamo in noi di diverso è la parte più preziosa, quella che determina il valore di ciascuno, eppure si cerca di sopprimerla. Si ricorre all’imitazione, pretendendo così di amare la vita”. Lo diceva nel 1902. Lo diciamo oggi, convinti di essere acuti.

Gide voleva scandalizzare: ci è riuscito a metà. Voleva vendere tante copie: non ci è riuscito granché. Ma la teatralità che emana è limpida e vera. Non è costruita. È il paradosso Gide, uomo libero e intelligente. Il Premio Nobel per la Letteratura nel 1947 che io amo tantissimo.
Apro il libro a caso (mi ero ripromesso di farlo, ma in realtà ho scelto la pagina) e leggo: “Fu quella notte che possedetti Marceline. Avete ben compreso o devo ridirvi che ero come nuovo alle cose dell’amore? Forse è alla sua novità che la nostra notte di nozze dovette la sua grazia… Perché mi sembra, a ricordarmene oggi, che quella prima notte fu la sola. Una sola notte basta al più grande amore per dirsi e il mio ricordo si ostina a richiamare unicamente quella notte. Fu un riso di un momento… Hélas! Io mi ricordo di quella notte…”.

Yuri Benaglio per 9ArtCorsoComo9

 

 

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