Studio Ghibli: crisi, futuro incerto e nuove prospettive

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Ieri, domenica 3 agosto, il general manager di Studio Ghibli, è comparso in televisione: in occasione di un documentario giapponese che ha seguito la sua attività di direttore per 180 giorni, Toshio Suzuki ha ammesso i rischi che la casa di produzione si troverà ad affrontare.

La notizia, in origine, è stata mal interpretata a causa di una cattiva traduzione dell’originale intervista in giapponese: durante il servizio televisivo, infatti, Suzuki non ha parlato di una chiusura ma ha ammesso che il ritiro di Hayao Miyazaki, fondatore e storico animatore, sceneggiatore e regista di tutti i successi targati Ghibli, ha imposto necessariamente una riflessione sulla direzione che la casa di produzione intende intraprendere. Quando infatti Miyazaki, durante una conferenza al Festival di Venezia, ha annunciato il suo definitivo ritiro, si è molto speculato su cosa avrebbe significato avere uno Studio Ghibli senza la mente geniale di Miyazaki. Se Si alza il vento, ancora inedito in Italia ma che in America ha già ottenuto una nomination agli Oscar come miglior film d’animazione, era il testamento di un maestro indiscusso dell’animazione mondiale, il passaggio di testimone con il figlio, Goro Miyazaki, e la supervisione dello storico collaboratore di Miyazaki padre, Isao Takahata, sembravano un sicuro riparo che avrebbe permesso allo studio di proseguire con il suo eccellente lavoro. Tuttavia ci sono dati concreti che, infine, hanno indotto Suzuki a ufficializzare la crisi: l’ultimo film targato Ghibli, Omoide no Marnie, uscito il 19 luglio in Giappone, non ha riscosso un grande successo, di certo non come facevano i costosi lungometraggi nati dalla collaborazione fra Miyazaki e Takahata.

Hayao-Miyazaki
Hayao Miyazaki

Pesano, sul bilancio della casa di produzione, fattori che, se prima costituivano elementi distintivi del marchio Ghibli, ora rischiano di trasformarsi in elementi destabilizzatori. L’organigramma è composto perlopiù da animatori professionisti. La consuetudine di molti studi di animazioni è quella di assumere un animatore e di licenziarlo una volta terminato il lavoro. Ghibli, invece, ha preferito sviluppare con i propri animatori un rapporto professionale di lunga durata, con costi ovviamente maggiori che tuttavia trovavano giustificazione nell’ottica del grande profitto remunerativo che i film ottenevano, tanto in Giappone quanto all’estero. E proprio il mercato estero è un altro fattore da tenere in considerazione: è nota la politica dello studio Ghibli che, dopo aver preso atto del terribile lavoro di americanizzazione della pellicola Nausicaä della Valle del vento (1984), ha imposto ai distributori esteri il veto su eventuali tagli da loro proposti.

Tenendo conto della lunga tradizione della sua casa di produzione e dell’importanza dello studio Ghibli, tanto nella storia del cinema, quanto nell’affetto dei suoi molti fan, Suzuki, pur restando vago sul futuro della casa di produzione, ha comunque chiarito alcune cose: lo studio continuerà a gestire il Museo Ghibli e i profitti derivanti dal proprio marchio e continuerà a operare nel settore pubblicitario e video musicale. L’orizzonte, dunque, non è necessariamente nero: Suzuki ha ammesso che l’ufficializzazione della crisi potrebbe permettere la ristrutturazione dell’ambiente lavorativo e la creazione di uno spazio dedicato alle nuove generazioni, capace di raccogliere e raccontare meglio quel mondo magico che ha assicurato il successo di tanti suoi capolavori.

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

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