Sherlock Holmes. Uno studio in rosso

0 861

La ricomparsa di Sherlock in tv mi ha portata a riprendere il primo libretto della avventure di Holmes e il Dr. Watson. Uno studio in rosso rivela fin da subito l’assoluta bizzarria del personaggio e della coppia, la totale assenza di banalità che contraddistingue la letteratura d’intrattenimento durante l’Ottocento, che venga dalla Francia o dell’Inghilterra poco importa. Spesso epurato nelle trasposizioni televisive, almeno fino a gli ultimi tentativi della BBC (Sherlock 2010, attualmente al rinnovo la quarta stagione) e Warner Bros. (Sherlock Holmes, 2009) che grazie a Benedict Cumberbacth e Robert Downey Jr. levano polvere e moralismi dalle spalle dell’anticonformista Sherlock, e sicuro come l’oro che dall’aldilà Sir Conan Doyle ringrazia.

Sherlock Holmes 2009 - Robert Downey jr & Jude Law
Sherlock Holmes 2009, Robert Downey jr & Jude Law

Per dare un’idea del perchè siano effettivamente così calzanti le nuove interpretazioni basta sfogliare le prime pagine di Uno studio in rosso: con estrema tranquillità, il protagonista dichiara “tengo in casa dei prodotti chimici e spesso faccio delle esperienze” e poco oltre Watson riporta che l’amico non aveva idea della teoria copernicana che non ne sapeva di filosofia o politica ma tutto di chimica e veleni, che suonava il violino ed era pugile e spadaccino. Niente cappello da caccia, niente pipa, niente “elementare, caro Watson”. Tanta avventura e scienza deduttiva, derivata dalla reale conoscenza da parte di Conan Doyle di un medico, Joseph Bell, consulente per la polizia e dalla preparazione varia e particolare.

La descrizione di Sherlock, del suo comportamento, delinea una patologia che Conan Doyle non poteva definire a suo tempo e che gli sceneggiatori della BBC riassumo come “sociopatia ad alto rendimento”, di cui l’ammalato è perfettamente conscio. Solo una patologia mentale rende in effetti verosimile l’esistenza di quest’uomo, raccontataci attraverso gli occhi del suo coabitante e amico, forse unico amico, Dr. John H. Watson, il quale passa di necessità in secondo piano ed è perciò stato spesso presentato come lento, troppo mite e addirittura pacioso. Uno un genio e l’altro un idiota? No, non è così. Doyle scrive chiaramente che Watson è molto magro e bruciato dal sole afgano, e non è affatto lento ma semplicemente normale, forse addirittura un po’ sopra il livello di ordinario quoziente intellettivo per poter essere così apprezzato da Sherlock, che da iperattivo qual è non può davvero tollerare i tardi. Da non dimenticare inoltre che Watson è un dottore militare, è stato in guerra, ha combattuto, e così pigro e mansueto non era proprio possibile che lo fosse.

Uno studio in rosso, e sequels, sono il perfetto antidoto alla noia estiva, allo stress da canicola, portandoti tra le nebbie di Londra, il fango dei vicoli, il mistero diffuso da svelare non con trucchetti scientifici alla CSI: Miami ma con il solo uso del proprio cervello.

Veronica Benetello per 9ArtCorsoComo9

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.