Impronte sfiorate

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I pregiudizi derivano spesso da ignoranza e paura verso qualcosa che è diverso.

Non è facile essere figlio/a di una detenuta, almeno credo.

Troppe volte accade di vivere all’ombra dei propri genitori, a prescindere dal bene o dal male. Ed è frequente essere giudicati dalla società.

Quello che riesco a percepire in queste immagini sono solo delle opere d’arte.

Potrebbero essere degli happening o delle performance per esempio di artisti come Marina Abramovich. Il corpo è protagonista. Un corpo tagliato, martoriato, dissanguato.

No qui il corpo è solo rinchiuso, o meglio detenuto. Come l’anima delle recluse. Non è solo un processo creativo. L’artista, Paola Michela Mineo, ricostruisce la memoria attraverso piccoli frammenti scultorei, suoni, immagini e odori.

160247904-22e91781-e1e1-4dd5-9f51-a582f56fdf17Video e fotografie compongono sei installazioni della mostra Impronte sfiorate, realizzata in collaborazione con la Provincia di Milano e patrocinata dal Ministero della Giustizia. Esse costituiscono il risultato finale di un progetto, cominciato due anni fa, dell’artista Paola Michela Mineo, all’interno dell’ICAM, l’Istituto per la Custodia Attenuata per Madri con prole.

Questa organizzazione nacque nel 2006, ed è la prima ad occuparsi delle madri-detenute. L’obiettivo è di restituire un’infanzia serena a quei bambini, che non sono colpevoli degli errori, ma hanno il diritto di vivere senza essere esclusi o visti come i figli del male.

L’ICAM è un modello su tutto il territorio nazionale ed europeo, e sta vivendo una fase di espansione.

L’artista ha lavorato in un contesto particolare coinvolgendo queste madri in un’intensa esperienza, in cui l’arte e l’interazione personale ha segnato un cambiamento di status molto importante: queste donne da detenute hanno compiuto la loro metamorfosi in opere.

Come dei bachi imprigionati nel loro bozzolo si sono trasformate in farfalle. E forse un giorno con le loro ali spiccheranno il volo verso la libertà.

La Mineo ha creato delle sculture suggestive. Realizzando calchi di gesso plasmati sulle varie parti del corpo delle donne scelte, ha ottenuto un effetto “seconda pelle”. È come se avesse dato loro una seconda possibilità. Questa tecnica si chiama touch-art.

L’arte gioca il ruolo di medium di conoscenza e comunicazione in una realtà sociale particolare. Si crea una sensazione empatica nello spettatore attraverso la condivisione di queste vite fatte di sbagli e speranze.

Perché pensarci bene tutti abbiamo delle catene alle caviglie, e in senso lato, siamo prigionieri di noi stessi.

Una performance artistica unica nel suo significato, curata da Marco Testa e che ha luogo a Milano, allo Spazio Oberdan (in Via Vittorio Veneto 2) a partire da venerdì 4 luglio, e visitabile fino al 5 ottobre 2014.

Martina Bertolotti per 9ArtCorsoComo9

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