Rewind: Una mamma per amica

Giulio Scollo
By Giulio Scollo marzo 28, 2014 00:05

Rewind: Una mamma per amica

Alzi la mano chi non ha mai sognato di vivere a Stars Hollow. Il nome vi dice qualcosa? Se è così è perché siete vissuti, proprio come me, nell’era di Amy Sherman-Palladino, quando andava in onda Gilmore Girls, tradotto in Italia con un po’ troppo melenso Una mamma per amica.

Devo ammettere che, da adolescente, capivo metà delle cose che Lorelai e Rory dicevano. Non perché il doppiaggio fosse penoso, o perché la traduzione non rendesse giustizia all’originale, ma perché gran parte dei riferimenti di cui era pregna la sceneggiatura era decisamente fuori dalla mia portata. Dalla portata di ogni ragazzo quindicenne, in realtà ed è proprio per questo che, quando qualche mese fa ho deciso di cimentarmi nell’impresa di rivedere tutte e sette le stagioni, ho scoperto altri mille, milioni nuovi di motivi per apprezzare questa serie.

Riferimenti letterari. Riferimenti cinematografici. Riferimenti televisivi. Riferimenti musicali. Praticamente tutto quello per cui, ad oggi, vivo: Gilmore Girls è praticamente un compendio di omaggi ad una certa cultura pop – ma, chiaramente, non solo – fatti con così tanta naturalezza dal riuscire a passare inosservati a chi non ha un orecchio attento, un occhio sveglio o una non sanissima ossessione come il sottoscritto. A proposito, Rory Gilmore, grazie per avermi fatto conoscere Belle & Sebastian e Jackson Browne. Se a questo, poi, si aggiunge la velocità, sinceramente strabiliante, con la quale le due protagoniste parlavano si capisce perché, all’epoca, persi gran parte delle citazioni contenute nella sceneggiatura: d’altronde, La vita è corta. Parla veloce. era uno dei motti promozionali della serie.

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La piazza centrale di Stars Hollow

Diventare uno dei cult degli ultimi anni non è facile. Cosa ha permesso a Gilmore Girls di raggiungere questo obbiettivo? Innanzitutto la qualità innegabile della scrittura: Amy Sherman-Palladino ha creato un prodotto praticamente perfetto, che non a caso si è aggiudicato un posto nelle classifiche delle migliori serie degli ultimi decenni stilate da svariati testate specializzate nel settore. La trama, di per sé, è piuttosto semplice: madre e figlia, divise da un gap anagrafico piuttosto scarso, hanno un rapporto idilliaco. Stop, coinciso e stringato. Anche noioso? Beh, no, assolutamente. Lorelai (Lauren Graham) e Rory (Alexis Bledel) hanno sì una splendida dinamica, sono sì il cuore della sceneggiatura e sì, avrebbero potuto portare avanti l’intera serie da sole ma Gilmore Girls non avrebbe funzionato come ha invece fatto, se non fosse stato per i tanti, splendidi, elementi di contorno: innanzitutto Stars Hollow che, soprattutto nelle prime stagioni, fornisce una cornice praticamente idilliaca – e tristemente poco credibile nella realtà – alle vicende di madre e figlia. Gli abitanti di Stars sono un campionario macchiettistico – nell’accezione più positiva di questo termine – di un’umanità simpatica, solare, alla mano o, tutt’al più, irritante ma sempre capace di far ridere. Il che è sempre una gran cosa, che a far piangere siamo bravi tutti.

Così, fra ettolitri di caffè, cartoni di pizza e di cinese da asporto, abbiamo seguito l’evolversi delle vite delle Gilmore del titolo. Il percorso di maturazione di Rory, che passa da ragazzina so-tutto-io un po’ timida a donna intelligente, armata di laurea di Yale e pronta a sfondare nel mondo del giornalismo, è stato trattato con un’onestà rara, che ha permesso al personaggio di crescere anche grazie ad errori madornali e delusioni cocenti trattate con una grazia piuttosto unica. Nel raccontare la vita di queste due donne, non poteva giustamente mancare l’amore: Jess o Dean? Luke o Christopher? I quesiti sui massimi sistemi non erano nulla di fronte a domande del genere. Ma credere che tutti si riducesse ad un semplice happy ending è sbagliato: non c’è mai stato nulla di melenso o zuccheroso nell’amore di Una mamma per amica, solo la capacità di farci sorridere insieme ai personaggi per la loro felicità.

La famiglia, come si evince, è l’altro grande tema della serie: non solo quella a due delle ragazze Gilmore ma anche quella a quattro che comprendeva i nonni – Emily e Richard – e il rapporto che essi instaurano con la loro estraniata figlia e quello più affettuoso con la nipote. Un rapporto burrascoso, fatto di ostacolo ardui, reciproche accuse e incomprensioni ma da cui deriverà un sentimento di accettazione, tanto sofferto quanto genuino. Non è un caso che le scene ambientate durante le cene del venerdì sera siano fra alcune delle più riuscite dell’intera serie.

Serie che gran parte delle volte era capace di tingersi di un velo fiabesco difficilmente ignorabile: ricordo ancora le margherite gialle sparse per la città dopo la proposta di matrimonio di Max a Lorelai. O la sensazione di serenità di una Stars Hollow sommersa dalla neve. O ancora, il Festival dell’Arte vivente, il matrimonio rinascimentale, la maratona di danza. Nelle parole del critico televisivo Alan Sepinwall, al suo meglio, Gilmore Girls era un concentrato di felicità. Cosa si potrebbe chiedere di più?

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

Giulio Scollo
By Giulio Scollo marzo 28, 2014 00:05
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