Il sogno americano? Siamo noi

Yuri Benaglio
By Yuri Benaglio febbraio 26, 2014 00:25

Il sogno americano? Siamo noi

Forse non dovrei parlarne. Non sono americano, in America non ci sono mai stato, e non c’ero. Non c’ero nel 1776. Non c’ero quando tredici colonie britanniche spalancarono le porte della libertà dichiarando l’indipendenza dalla madrepatria. Non c’ero nell’Ottocento quando vagonate di cinesi e giapponesi si stanziarono a San Francisco o New York. Non c’ero all’alba del secol breve, quando le grandi personalità industriali come John Davison Rockfeller, eccellenza del self made man, divennero le nuove icone del Sogno Americano. Non c’ero nel 1886, anno dell’inaugurazione della Statua della Libertà. Non c’ero quando le scale non erano mobili e i gradini si salivano uno alla volta. Non ero fra gli italiani che a cavallo tra i due secoli si riversarono a New York, non c’ero quando i marocchini eravamo noi.

Cos’è rimasto di tutto questo, oggi, non lo so. So solo che Little Italy si riduce a una manciata di ristorantini italiani e poco più. Cos’è, oggi, per noi, il Sogno Americano se non scorribande frenetiche di shopping tra manager in giacca e cravatta e donne in carriera con tacchi di dodici centimetri. Cos’è se non sentirsi potenti quando un taxi giallo si ferma davanti a noi, cos’è se non incontrare qualche vip, visitare i campus universitari e scattarsi una foto ricordo in Times Square?

sogno americano 2

Nel 2012 si è toccata la cifra record di un miliardo di viaggiatori. Una cifra impensabile sino a qualche decennio fa. In epoche di viaggio e di turismo di massa come questa, il mondo si è allargato: non ci sono più macchie nere sulla carta geografica, possiamo arrivare ovunque, non poniamoci limiti. Siamo dei novelli Cristoforo Colombo, non ci sono più le colonne d’Ercole, quei “riguardi” citati da Dante nella sua Commedia. Viviamo tutti sulla stessa Terra, in questo meraviglioso e  trascurato pianeta che ruota attorno alla luce del Sole e l’America non ne è che una piccola parte.

E nuove Americhe crescono: c’è la nuova America asiatica. C’è Astana, fino a dieci anni fa steppa e ora città nata dal nulla, dal sogno – realtà del dittatore Nazarbayev, che l’ha resa una delle città più moderne al mondo. C’è Dubai, icona glamour e lussuosa che fonde deserto e grattacieli avveniristici. Se allora l’America non è più una, l’America cos’è se non un concetto? Se non una luce in fondo al tunnel?

sogno americano 5

Oggi mi dicono che bisogna laurearsi, che bisogna cercare lavoro, che siamo imprigionati. Tutte palle. La libertà è una ricerca e conquista interiore, siamo i primi a incatenarci. Nessuno ci vieta di alzarci una mattina, bere un caffè senza zucchero e dirigerci con i capelli arruffati in aeroporto. Per chissà dove. Per cominciare un’altra vita. E poi vivere di stenti e opportunità, di nuovi amici che ti aiuteranno e altri che ti sfrutteranno. La verità è che abbiamo paura.

“Se puoi sognarlo, puoi farlo” diceva Walt Disney. Non ho mai visto cartoni animati in vita mia, ma Walt aveva ragione. Aveva dannatamente ragione. E lo avevano capito in molti, tutti quelli che hanno corso il rischio del cambiamento. Oggi, noi occidentali, pretendiamo sicurezza per poterci mettere in gioco. Ma mettersi in gioco è restare in equilibrio su un filo sottilissimo. E non ci sono appigli.

Forse ha più senso trovare l’America in noi. Trovatela in voi. Hai un sogno? Vai, vai, non stare qui a leggere me.

Yuri Benaglio per 9ArtCorsoComo9

Yuri Benaglio
By Yuri Benaglio febbraio 26, 2014 00:25
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